La Rivista Indocinese | Itinerari per intenditori
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Non c’è solo Angkor

Angkor è la meta di ogni viaggio in Cambogia, ma la Cambogia non è solo Angkor. Lo splendore di quell’antico impero si diffuse su tutto il paese e numerosi sono i luoghi in cui ne trovi traccia. Sono luoghi bene conosciuti dai cambogiani ma poco frequentati dai turisti.

C’è una strada che da Phnom Penh si dirige a sud nella regione posta sulla riva destra del Bassac, nelle terre piú fertili di tutta la Cambogia. E’ un continuo susseguirsi di piccoli agglomerati di case in legno immerse in una distesa di orti, risaie e frutteti i cui prodotti, ogni giorno all’alba, vanno a riempire i banchi dei mercati della capitale.

A una trentina di chilometri si trova Tonle Bati, una distesa d’acqua nata da un antico bacino artificiale su cui si affaccia l’antico tempio di Ta Prohm. E’ un’opera possente che risale alla fine del XII secolo e che emana tutta la forza espressiva dell’arte del periodo di Jayaverman VII. Massicci blocchi di laterite sostengono eleganti strutture in arenaria ingentilite e rese preziose da delicate sculture a bassorilievo.

Si è ovviamente lontani dalla perfezione dei templi di Angkor ma pur in questa, che è un’arte “provinciale”, si ammira la cura nell’esecuzione delle figure e in particolar modo la naturalezza dell’espressione delle devata incorniciate in eleganti nicchie, riccamente abbigliate e coperte di monili e dal volto atteggiato a un dolce sorriso.

Procedendo oltre sulla strada nazionale, dopo una decina di chilometri, c’è una deviazione che giunge ai piedi di una collina alta 130 metri e coperta di fitta vegetazione: è phnom Chisor. Una pista giunge fino alla sommità ma quando non è agibile per le piogge occorre salire 503 gradini per giungere al punto in cui, sul versante orientale della collina, il re Suryavarman I fece costruire agli inizi del XI secolo un tempio dedicato al culto shivaista. E’ molto probabile che nelle intenzioni originarie del sovrano il tempio dovesse far parte di un grande complesso sacro, ora ne resta, in buono stato di conservazione, la galleria in arenaria che racchiude il cortile al cui centro si leva l’antico santuario , ancora oggi oggetto di venerato rispetto. Sul phnom Chisor, come nelle prossimità di tanti altri templi khmer, è stato infatti costruito un monastero buddhista che pur nella diversità del culto mantiene intatta fino ai nostri giorni la sacralità del luogo e delle pietre con cui gli antichi Khmer celebravano la loro devozione religiosa.

Lasciato il phnom Chisor, una strada secondaria si snoda tra risaie, ciuffi di palme, isolate abitazioni e piccoli agglomerati di case a palafitta: questo è il vero volto della Cambogia contadina. Si raggiunge così Angkor Borei che fu l’ultima capitale del Funan, fondata dal re Rudravarman nella prima metà del VI secolo. Nulla, se non il nome e pochi reperti conservati in un piccolo museo locale, rammenta oggi l’antico splendore di quel regno. Per trovarne ancora qualche traccia bisogna spingersi fino al monte sacro di phnom Da.

Qui la terra è bassa e l’occhio si spinge fino all’orizzonte vedendo solo una uniforme distesa di risaie costellate da precarie abitazioni in rami di palma costruite dai contadini durante la stagione secca. La gente si sposta camminando sulle strette dighe che dividono i campi oppure andando in barca sui canali popolati di uccelli acquatici e dove uomini, donne e ragazzini, nell’acqua fino alla vita, con i più inusuali strumenti di pesca danno la caccia a conchiglie, pesci, anguille, rane e crostacei. Dalla piatta e uniforme distesa di terra emerge solo il verde cocuzzolo del phnom Da.

La salita è breve e agevole. Sul versante nord-occidentale si aprono delle grotte che nel VI secolo erano adibite a luoghi di culto vishnuista e qui furono ritrovate le stupende statue di Balarama, Krshna e Vishnu conservate al Museo di Phnom Penh. Sul culmine della collina si staglia un massiccio santuario: un prasat quasi interamente costruito in laterite, modellata con grande sapienza per dare forma agli eleganti frontoni che sovrastano le false porte. La cuspide del prasat è crollata e ora la cella riceve dal cielo una viva luce che consente di cogliere tutti i particolari dell’architettura interna che spiega con grande chiarezza quale era la tecnica costruttiva usata dagli antichi khmer per erigere i loro grandi templi.

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