La Rivista Indocinese | Luoghi poco frequentati
351209
page-template-default,page,page-id-351209,page-parent,page-child,parent-pageid-351201,eltd-cpt-1.0,none,ajax_fade,page_not_loaded,,moose-ver-1.6, vertical_menu_with_scroll,smooth_scroll,blog_installed,wpb-js-composer js-comp-ver-5.6,vc_responsive

Banteay Chhmar

Nel Nord-Ovest, vicino alla frontiera con la Thailandia la terra è poco popolata. Intorno alla strada c’è solo boscaglia, campi deserti e una vegetazione selvaggia che si è impadronita anche dei resti dell’antico tempio di Banteay Chhmar, costruito nel XIII secolo in onore del principe Srindrakumara, figlio del grande re Jayavarman VII.

La forza prorompente della natura e l’opera rovinosa del tempo hanno infierito su questo enorme complesso che copre una superficie di circa quattro chilometri quadrati e che ai tempi di Angkor imperiale doveva essere stupendo e maestoso. Gli archeologi lavorano per liberare dalla vegetazione e restaurare le strutture più importanti del tempio e con delle passerelle in legno hanno reso accessibile l’area interna

La posizione isolata e la vicinanza con la frontiera, in una regione che per decenni é stata percorsa da eserciti in guerra, aveva lasciato campo libero ai ladri che avevano rubato alcuni preziosi bassorilievi di raffinata fattura ma che sono stati poi recuperati e sono ora conservati nel Museo Nazionale di Phnom Penh.

Il tempio era posto al centro di una città di dimensioni poco inferiori a quelle di Angkor Thom, copriva infatti una superficie di 2 chilometri per 2,5. Della cinta esterna e del fossato che circondava la città ora non restano più tracce visibili e si giunge direttamente ai bordi del bacino interno che circondava il santuario centrale ed è attraversato da quattro ponti-diga con due schiere di Deva e Asura che sorreggevano dei naga-balaustra.

Da qui si entra nel tempio. Il santuario propriamente detto è chiuso da una galleria di 250 metri per 200, a parete piena sul lato interno e retta da una doppia fila di colonne quadrate sul lato esterno, come in Angkor Vat. La parete interna è coperta di bassorilevi che rammentano lo stile del Bayon anche se l’esecuzione pare di qualità un po’ inferiore: si tratta pur  sempre di arte “provinciale” per la quale non furono disponibili gli artisti che avevano lavorato nella capitale. Anche i temi hanno subito una variazione: qui non troviamo più quelle scene di vita quotidiana che coprono le mura del Bayon ma dominano le scene di guerra e le immagini che celebrano le imprese e i trionfi dei principi khmer. In mezzo a questa visione epica della realtà emerge però, con straordinaria forza la sacra immagine del bodhisattva Lokeshvara con le sue “mille” braccia che portano aiuto e conforto a tutti gli esseri umani in difficoltà.

La visita di Banteay Chhmar bisogna farla con lo stesso spirito di quelle di Beng Mealea e del Ta Prohm. E’ inutile cercare di spiegare oggi le caratteristiche architettoniche di una struttura su cui la natura ha in parte riconquistato il posto che l’uomo le aveva rubato. Possiamo solo percorrerne gli spazi per cercare di capire la bellezza e grandiosità di questo complesso che, per dimensioni, è secondo solo a Angkor Vat.

Non ostante il prezioso lavoro degli archeologi, i crolli rendono difficile una “lettura” lineare dei bassorilievi, così come si è soliti fare al Bayon e ad Angkor Vat ma le scene che emergono sono di un’enorme forza. Di tanto in tanto si stagliano sulle pareti delle luminose immagini che sembrano ridare vita a tutto il monumento mentre altre che emergono dal velo di muschio depositatosi sui muri quasi non fanno capire dove finisca l’opera dell’uomo e dove inizi quella della natura.

error: Content is protected !!