La Rivista Indocinese | Siddharta Gautama
351529
page-template-default,page,page-id-351529,eltd-cpt-1.0,none,ajax_fade,page_not_loaded,,moose-ver-1.6, vertical_menu_with_scroll,smooth_scroll,blog_installed,wpb-js-composer js-comp-ver-5.6,vc_responsive

Siddhartha Gautama

Nell’anno 563 a Kapilavatthu, luogo che secondo gli Indiani corrisponde a Piprava posta a 200 chilometri da Benares mentre secondo i Nepalesi è la attuale Tilaurakot in Nepal, nacque un bimbo cui venne dato il bene augurante nome di Siddhartha, cioè “colui che ha raggiunto lo scopo”, mentre il suo nome di famiglia era Gautama. Il padre si chiamava Suddhodana, era un nobile guerriero che apparteneva alla casta dei ksatriya  e, per conto del Raja del Kosala, governava sulla tribù dei Sakya cui egli stesso apparteneva. Per tale ragione il figlio venne in seguito chiamato Sakyamuni, il “saggio dei Sakya”. La madre portava l’inquietante nome di Maya, cioé “Illusione”. Il quinto giorno dopo la nascita del bimbo, i brahmani di corte celebrarono il rito dell’imposizione del nome e dopo averlo esaminato e trovato in lui i 32 segni del “Grande Uomo”, dissero che il bimbo sarebbe diventato un Santo oppure avrebbe potuto diventare il più illustre dei sovrani in terra.

Il padre Suddhodana, che era un ksatriya, si aggrappò a questa eventualità  perché mai avrebbe voluto per il figlio un destino diverso da quello di un grande condottiero. La madre era nel frattempo morta e il piccolo venne affidato alla di lei sorella Mahapajapati che era anche la seconda moglie di Suddhodana.

La tradizione vuole che il re ponesse ogni cura affinché il figlio fosse educato nel rispetto delle più rigorose abitudini della casta guerriera e sono fiorite mille leggende che parlano di sfavillanti palazzi ove il giovane viveva una aurea reclusione voluta dal padre per evitare che qualsivoglia contatto con il mondo potesse turbarlo avviandolo sulla via della meditazione e della….santità.

Si narra che crebbe bello e fortissimo e che ottenne la mano della principessa Yasodhara sgominando tutti gli altri pretendenti in un torneo di corsa a cavallo e di tiro con l’arco, quasi come un novello Rama. Le nozze furono celebrate con principesco sfarzo e gli sposi ricevettero in dono ben tre palazzi in cui abitare secondo il clima delle stagioni.

Tutto ciò mal si concilia con il fatto che Suddhodana non era un Maharaja, Grande Re di un vasto regno, ma era solo il signorotto di una tribu di montanari. In ogni caso, Siddhartha visse la vita di un fortunato principe allietata anche dalla nascita di un erede, il figlio Rahula. Poi, giunto all’età di 29 anni, abbandonò tutto: palazzo e famiglia, e si votò alla vita ascetica. Cosa accadde ? Anche su questo evento sono fiorite le narrazioni.

La più nota e diffusa, ma anche la più fantasiosa, è quella che racconta come Siddhartha avesse vissuto la sua esistenza sempre all’interno dei dorati palazzi in cui lo teneva rinchiuso il padre. Un giorno, però, volle uscire a bordo del suo lussuoso carro e dopo breve vide un uomo dal dorso piegato dalla vecchiaia, ne scorse poi un altro morente a terra e un altro ancora, ormai morto, sul cui corpo banchettavano gli uccelli predatori. Scorse infine un uomo dal cranio rasato che contemplava la scena, immobile e impassibile: era un asceta che aveva lasciato il mondo e viveva nelle foreste. Si dice che fu a quel punto che Siddhartha capì che solo la vita di rinuncia dell’asceta poteva combattere il dolore della vita: la vecchiaia, la malattia e la morte. Decise allora di abbandonare tutto, ma anche sul modo in cui lo fece sono poi fiorite infinite leggende rispetto alle quali, dubitando sulla attendibilità di tutte, vale la pena attenersi a quelle che più frequentemente compaiono nella iconografia religiosa. In tal modo potremmo anche comprendere il significato di tanti bassorilievi, dipinti e statue che compaiono in pagode e monasteri buddhisti. Siddhartha lasciò nel pieno della notte il palazzo e partì accompagnato solo dal suo amico e auriga Chandaka: fu la Maha niskramana, la “Grande partenza”. Giunto al limitare della foresta, con la spada si recise i lunghi capelli e cambiò le proprie ricche vesti con quelli di un semplice cacciatore cancellando così tutti i segni esteriori della sua precedente esistenza. Iniziava la sua vita di samana, un asceta errante.

Decise di ritirarsi nella profondità della natura per praticare le più rigorose tecniche di ascesi e rinuncia. Si unì a altri cinque asceti e trovarono rifugio in un boschetto, in un luogo oggi chiamato Bodh-Gaya, sulle rive del fiume Neranjara. Per sei anni si sottopose alla più severa e quasi inumana disciplina, allo scopo di annullare in sé quelle energie vitali che alimentano la sete di vivere e quindi la “Illusione”.

Ormai era ormai ridotto solo più a un nudo e irsuto scheletro, sulla soglia della morte, quando prese coscienza che uccidendo il corpo non distruggeva in se la brama di vivere ma annullava solo la capacità mentale di eliminare razionalmente gli inganni della “Illusione”. Capì così che doveva continuare a vivere e la sorte venne in suo aiuto. Una giovane donna era venuta nel boschetto per portare la propria offerta a un albero sacro, ma, colpita dai tratti scheletrici del samana, offrì a lui la sua ciotola colma di riso. Siddhartha divise il riso in quarantanove parti e decise di mangiarne una al giorno per sette settimane. Giunse poi un uomo in punto di morte e fece dono a Siddharta del proprio abito bianco di lutto e della sua bisaccia e del rasoio. Siddhartha si immerse allora nelle acque del Neranjara e lavò via la crosta di fango e sporcizia che lo ricopriva quindi si rase capelli, barba e peli del corpo. I cinque asceti, che per anni avevano con lui sopportato ogni privazione, furono inorriditi e lo fuggirono.

Si assise sotto un albero di ficus religiosa e iniziò la sua meditazione. La sua lunga veglia venne tormentata dalle tentazioni di Mara, il Signore del Mondo e dell’Illusione. Di fronte alla potenza delle tentazioni, Siddhartha temette di vacillare e, portando la punta delle dita della mano destra a sfiorare il suolo, chiamò la Madre terra a testimone delle innumerevoli esistenze che egli già  aveva vissuto ed essa apparve nelle forme di una donna dai lunghi capelli grondanti acqua. Mentre dal cielo scendevano torrenti di pioggia, la Madre terra arrotolò i suoi capelli in una stretta treccia e ne scese un fiume di acqua che si trasformò in un mare in cui tutte le tentazioni annegarono. Forse fu in questo istante che il Re dei Naga inviò il suo emissario, il naga a sette teste Muchalinda, che aprì a ombrello le sue teste per proteggere Siddhartha dai rovesci di pioggia e avvolse le sue spire sotto il corpo per sollevarlo dalle acque. Nella notte del plenilunio del mese di Vesakha, che cade tra i nostri mesi di aprile e maggio, dell’anno 523 a. C. Siddhartha si “risvegliò” alla Verità . Aveva soppresso in sé i quattro asrava, cioè “influssi” che legano l’uomo: kama il desiderio sessuale, bhava la brama di esistere, avijja l’ignoranza e ditthi l’opinione. Era diventato “l’Illuminato”, il Buddha. I suoi contemporanei, però, non usarono mai questo appellativo: anche nei testi canonici viene chiamato Tathagata, “Colui che è giunto a cogliere la realtà ”.

Iniziò allora la sua vita missionaria per insegnare la Verità e si mise alla ricerca dei cinque asceti che lo avevano abbandonato. Li ritrovò nel parco di Isipatana a Varanasi, cioé Benares, e qui pronunciò quello che è passato alla storia col nome di Sermone di Benares e contiene l’essenza di tutto il suo insegnamento. Al termine, i  cinque asceti chiesero di diventare suoi seguaci e furono i primi bhikkhu, che significa “mendicante” ed è il nome dei monaci buddhisti. Furono ordinati monaci da Tathagata stesso che pronunciò la formula rimasta poi inalterata nei secoli: “Vieni o bhikkhu che la Legge è stata proclamata; conduci una esistenza nobile affinché cessi completamente il dolore”. Era così nato il Sangha, cioè la Comunità  monastica. La predicazione lo portò a percorrere tutte le strade del Nord dell’India e la rossa polvere sollevata dai suoi passi impregnò il bianco abito donatogli a Bodh-Gaya facendogli assumere quella tinta ocra che da allora contraddistingue la veste dei monaci. Insegnava agli umili ma non temeva di affrontare i potenti e così si recò a Rajagaha, capitale del Magadha, e si fece ricevere nella reggia del potente re Bimbisara. Il sovrano lo ascoltò e fece dono al Sangha del parco di Veluvana, “la foresta dei bambù”, dove venne costruito il primo monastero. Il Buddha si fece anche convincere a rivedere la sua famiglia e tornò al palazzo di Kapilavatthu ma nulla ormai ve lo poteva più trattenere e ne ripartì recando con sé il fratellastro Ananda che divenne poi il suo più intimo collaboratore e che fu, dopo la sua morte, la “memoria storica” che tramandò tutti i sermoni. Giunti all’anno 483 avanti Cristo il Buddha si apprestava a lasciare la vita. Nella sua “notte del Risveglio”aveva raggiunto il nirvana, cioé “l’estinzione del desiderio e la liberazione dal ciclo delle trasmigrazioni”, ma restava il “residuo” della sua esistenza materiale. Quando questa fosse cessata non ci sarebbe più stato alcun “residuo” e quindi l’uomo Buddha avrebbe avuto accesso al paranirvana, la “estinzione senza residui” o “liberazione finale”. Era un evento atteso e accadde nelle forme voluto. Il fatto causale, l’elemento accidentale, pare che sia stato un pasto consumato nella casa di un fedele, un umile fabbro di nome Cunda. Il Buddha non volle che gli altri bhikkhu che erano con lui se ne cibassero, egli mangiò poi fu colto da violenti dolori. Si fece allora trasportare fino a Kusinara, nel regno dei Malla, e si fece deporre in un boschetto di alberi di sàla. Qui, circondato dai suoi discepoli e assistito da Ananda, impartì le ultime istruzioni sulla vita del Sangha e poi cessò di vivere. Secondo la tradizione canonica la morte avvenne nel plenilunio del mese di Vesakha, quindi lo stesso giorno della sua nascita e dalla “Illuminazione”. Fu cremato e le sue ceneri furono ripartite in dieci stupa. Si dice che molto più tardi, nel 243 a. C., l’imperatore Asoka le fece riesumare e le suddivise in 14.000 parti che furono interrate in altrettanti stupa sparsi in tutto il mondo buddhista. Questi furono gli eventi della sua vita. 

error: Content is protected !!