La Rivista Indocinese | Il confucianesimo
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IL CONFUCIANESIMO

Il pensiero del Maestro Kung, o K’ung-fu-tzu o Confucio come lo conosciamo in Occidente, ci è giunto attraverso le opere dei suoi discepoli e di quanti,confucio anche di generazioni successive, seguirono i suoi insegnamenti e, forse, rielaborarono anche parte del suo pensiero. Anche se generò un culto e dei riti, è improprio collocare il confucianesimo nel capitolo delle religioni perché il suo pensiero si arrestò davanti all’ultraterreno e non indagò nella metafisica. Ammetteva il Cielo, T’ien, come Entità suprema da cui si promanava anche il potere imperiale ed accettava la credenza negli spiriti, comune a tutti i suoi contemporanei, ma di fronte ad una domanda sulla morte la sua risposta fu: “Se non hai ancora compreso la vita come puoi comprendere la morte ?”. Ciò che del pensiero di Confucio è stato tramandato è innanzi tutto il principio fondamentale che la politica deve coincidere con l’etica. Una sua massima recita: “Il governante deve essere un governante e il suddito un suddito; il padre deve essere un padre e il figlio un figlio”. Questa concezione potrebbe apparire oltremodo conservatrice ed autoritaria se Confucio non avesse elaborato il principio del cheng ming, cioé della “rettificazione dei nomi”, che significa che la realtà deve corrispondere alla teoria e quindi il sovrano deve dimostrare di essere capace di fare il sovrano, così come un padre deve dimostrare di saper essere un padre. Non veniva quindi messo in discussione il diritto ereditario a governare, che aveva origine divina essendo “il mandato del Cielo”, ma chi governava doveva essere di esempio a tutti per la sua condotta ispirata ai più alti valori etici. Il sovrano aveva il dovere di provvedere al miglioramento delle condizioni di vita del popolo e doveva promuovere l’educazione e l’istruzione. Facendo questo aveva il diritto di pretendere l’assoluta obbedienza, ma se veniva meno a questi compiti il Cielo poteva “ritirare il mandato” e quindi anche un rivolgimento dinastico poteva diventare legittimo. Il sovrano, da solo, non poteva assolvere questi suoi compiti senza correre il rischio di cadere nell’errore; doveva ricevere l’aiuto ed il consiglio di uomini in possesso delle virtù fondamentali: chih la rettitudine, i il senso di giustizia, chung la lealtà, shu l’altruismo, jen l’umanità, wen la cultura, e infine li il rituale o per meglio dire la consapevolezza della propria dignità e del proprio prestigio. Queste virtù non erano innate ma dovevano essere coltivate con lo studio e chi le acquisiva diventava un ju, un “letterato” che noi abbiamo male tradotto in “mandarino”.

Chi aspirava a cariche pubbliche era tenuto a partecipare a severissimi concorsi nei quali venivano selezionati i migliori che andavano a ricoprire anche le più alte cariche dello Stato. In questo modo, almeno teoricamente, si abbattevano le differenze sociali e si dava la possibilità di accedere a posizioni di potere anche a chi era di umili condizioni anche se poi, nella realtà, solo chi proveniva da una famiglia abbiente poteva sopportare l’onere dei lunghi e costosissimi studi.

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