La Rivista Indocinese | Il culto dei geni
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Culto dei geni, degli spiriti, degli antenati

Molto tempo prima dello sviluppo delle grandi culture classiche e delle religioni storiche, il culto degli spiriti ha dominato la vita religiosa della quasi totalità dell’insieme etnico del Sud-Est asiatico.

L’uomo che vive a stretto contatto con la natura e vede che da questa, dalle sue forze e dai suoi capricci, dipende la sua esistenza stessa cerca di rendersela favorevole e per fare ciò deve immaginarla dotata di uno spirito cui fare offerte e tributare onori perché si mostri benevolo. E’ un processo mentale antico quanto il mondo: l’uomo deve rendere “visibile” il divino per poterlo capire e stabilire un rapporto. Questa religiosità, primitiva solo in senso temporale, ha popolato l’universo di geni dei monti, delle acque, delle varie specie animali, dei campi, delle risaie, degli alberi. Fu la credenza nell’esistenza di questi esseri sovrannaturali ma intimamente legati alla natura che condusse quelle popolazioni a vivere in un universo allo stesso tempo reale e fantastico e diede vita alle più svariate pratiche religiose che spesso sconfinavano nella magia.

I geni sono esseri immateriali, invisibili e impalpabili; sono benefici o malefici oppure possono essere allo stesso tempo sia buoni che cattivi. Intervengono nel mondo degli umani ai quali si manifestano attraverso i sogni, le incarnazioni od i fenomeni naturali. Ogni genio ha un nome che definisce le sue caratteristiche o le sue attribuzioni. I geni sono innumerevoli, ne esiste uno per ogni cosa inerte o vivente, uno per ogni oggetto, per ogni animale, ogni insetto, ogni pianta; per ogni attività, che sia la caccia, o lo studio, o il lavoro artigianale; per ogni forza della natura come il vento, la pioggia, i fulmini; per ciascun luogo geografico. Animali, cose, piante, luoghi, le stesse forze naturali non hanno valore se non in funzione del genio che le anima e che presiede alla loro esistenza. Lo spirito da cui dipende la vita del contadino è il genio che abita il territorio. Spesso è lo spirito del fondatore del villaggio che può proteggere dalle malattie, far cadere le piogge nei tempi giusti, dare dei buoni raccolti, difendere le case da ladri e incendi. E’ uno spirito benefico e abita in mezzo agli uomini in una casetta in legno posta su un palo e riparata dalle fronde di un albero. Vuole però essere rispettato e onorato. Ha bisogno delle stesse cose degli uomini, bisogna quindi offrirgli un po’ di riso, dei frutti, delle sigarette e ingraziarselo accendendo per lui candele e bacchette d’incenso o, in alcuni casi, anche una sigaretta. 

Con l’apparire delle grandi civiltà storiche in India e in Cina le nuove forme religiose che da queste vennero generate presero piede e si diffusero in tutta la penisola indocinese. Ma le credenze arcaiche sull’esistenza di geni che popolavano i cieli e la terra non vennero meno e le pratiche religiose che derivavano da tali credenze non furono soppiantate dai nuovi culti ma anzi si fusero con essi in un’unica forma di religiosità. Queste erano credenze tanto radicate i quei popoli da essere insopprimibili e il buddhismo canonico non ebbe altra scelta che accettare questa realtà assorbendone i culti e integrando i geni nel proprio pantheon.

D’altra parte, anche oggi, nei paesi che seguono la dottrina Theraveda la massa del popolo non vede nel Buddha solo l’immagine del “Illuminato Maestro”, ma ne ha quasi divinizzato la figura trasformandolo in una suprema entità trascendente che, tramite l’insegnamento che ha lasciato può beneficamente influire sull’esistenza degli umani. Il Buddha è il maestro supremo ed ai precetti del suo insegnamento devono attenersi anche tutti gli spiriti che popolano l’universo, I geni, dispensatori di benefici, sono quindi diventati degli ausiliari del Buddha stesso, e la gente del popolo fiduciosamente si rivolge a loro, facendo offerte ed elevando preghiere per ottenere grazie e protezione. I geni loci hanno invece assunto la funzione di “difensori” del Dharma, la dottrina buddhista, e non esiste monastero in cui non si trovi una o più “case dello spirito”, che alberga i geni protettori del luogo sacro. La città, così come ogni villaggio, ha il proprio nume tutelare, il genio protettore che, un po’ spregiudicatamente, noi saremmo forse tentati di assimilare ai nostri Santi patroni ma che qui invece assume un rilievo assai maggiore per la sua capacità, se onorato con le doverose offerte, di intervenire direttamente e immediatamente per risolvere ogni questione che coinvolga la comunità.

 

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