La Rivista Indocinese | Luoghi poco frequentati
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L’antica “Città del Leone”

Il turista pigro si ferma ai luoghi contemplati nei programmi standard e si accontenta di questo. Il vero viaggiatore va oltre e cerca i tesori nascosti.

Questa è la bella esperienza che si può fare a Kanchanaburi dove tutti vanno per vedere il famoso Ponte sul fiume Kwai e l’altrettanto famosa “Ferrovia della morte”. Sono memorie che risalgono alla Seconda Guerra Mondiale: poca cosa rispetto allo stupendo sito della cittadella che segnava l’estremo limite occidentale del grande Impero khmer nel XIII secolo.

Una meravigliosa sensazione di fuga nel tempo accompagna il viaggiatore che penetra nel parco archeologico di Muang Sing, la “Città del leone”. Le più antiche costruzioni risalgono all’anno 857 e la città continuò a espandersi fino al 1157 restando almeno fino al 1220/1230 il più importante insediamento dell’Impero khmer ai confini occidentali con la Birmania. Con la decadenza dell’Impero la città fu abbandonata. Tutte le costruzioni civili e le abitazioni erano in legno e il tempo le ha totalmente distrutte; restano solo le tracce di una cinta muraria in blocchi di laterite lunga 1.500 metri, larga 800 ed alta circa 5 metri. In buono stato di conservazione, grazie anche ad un ottimo restauro fatto dagli archeologi thailandesi, è invece l’antico santuario che sorgeva probabilmente al centro della città. Anch’esso è costruito prevalentemente in blocchi di laterite con un uso abbastanza limitato dell’arenaria. La struttura che possiamo oggi ammirare subì importanti lavori di ristrutturazione tra il 1190 ed il 1210, sotto il regno di Jayavarman VII quando venne convertito al culto buddhista Mahayana.

Sul piano architettonico non può certo competere con le grandiose opere di Angkor ma è proprio la sobrietà della forma, l’assenza di decorazioni a basso rilievo e la massiccia nudità delle pietre che creano la suggestione di questa opera che immaginiamo venne costruita per una guarnigione di soldati mandati in una delle regioni più selvagge e isolate dell’impero per difenderlo contro i “barbari” – per loro – che vivevano oltre le montagne occidentali. A loro protezione si levava solo la sacra immagine di Lokeshvara, il bodhisattva “grande compassionevole”, di cui resta ancora una copia simbolicamente posta di fronte al prasat, nello spazio centrale del tempio.

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