La Rivista Indocinese | Luoghi poco frequentati
351291
page-template-default,page,page-id-351291,eltd-cpt-1.0,none,ajax_fade,page_not_loaded,,moose-ver-1.6, vertical_menu_with_scroll,smooth_scroll,blog_installed,wpb-js-composer js-comp-ver-5.6,vc_responsive

Vat Phu

Pochi chilometri a sud di Champassak, sulla riva destra del Mekong, gli archeologi hanno portato alla luce i resti dell’antica Kuruksetra che fu nel V secolo la prima capitale del regno khmer di Cenla. La città era sotto la protezione del tempio di Lingaparvata, cioè della “Montagna del Linga”.  Il monte Phu Kao che domina la pianura con la sua mole selvosa culminante in un monolito alto 1416 metri ha l’aspetto di un gigantesco linga, sacro simbolo del dio Shiva che era la divinità principale dei culti degli antichi khmer.

Sulla pendice orientale della montagna si trova il grande tempio di Vat Phu che il re Jayavarman IV fece innalzare intorno al 930 sulle rovine dell’antico santuario eretto dai suoi antenati. Per almeno altri due secoli e mezzo i suoi successori continuarono a onorare il luogo erigendo nuove costruzioni e arricchendo di decorazioni e bassorilievi i muri di pietra. Si può dire che Vat Phu è una sorta di compendio della evoluzione dell’architettura khmer durante tutto il lungo periodo di apogeo dell’Impero.

Crollato l’Impero anche questo tempio cadde nell’oblio e la forza distruttrice della natura lo avrebbe sommerso se, cessati i sontuosi culti imperiali, la semplice religiosità popolare non avesse salvaguardato la sacralità del luogo. Scomparsi i linga rivestiti da lamine d’oro e le statue in bronzo di Shiva, il tempio è diventato luogo di culto per la gente del popolo che qui per secoli ha continuato a venire per rendere omaggio ai geni delle acque e della montagna e onorare gli spiriti di antichi eroi le cui imprese vivono ancora oggi nelle leggende narrate dai cantastorie di paese. Vat Phu è un tempio ancora vivo anche se i suoi sacerdoti sono scomparsi da molti secoli. Questa è la sensazione che si prova guardando lo snodarsi della “via sacra” sulle balze del declivio dove la natura che incornicia i monumenti si rinnova a ogni cambio di stagione e così pare ogni volta riportare a nuova vita le antiche pietre.

Il viale di accesso, fiancheggiato da steli votive in pietra e immagini del mitico naga, conduce a una spianata dove sorgono due grandi edifici a pianta rettangolare che risalgono molto probabilmente al XI secolo. 

Da qui la via sale a una terrazza intorno alla quale giacciono sparsi nella vegetazione molti frammenti di antiche decorazioni e dove una vecchia statua khmer è diventata nella fantasia popolare l’immagine del mitico principe Kammatha che fondò il regno di Champassak. Salendo ancora si arriva alla spianata dove giace immerso nella vegetazione il santuario principale. E’ una pregevole costruzione in mattone, laterite e arenaria che risalirebbe all’XI secolo.

Non è più luogo di culto ma per i Laotiani continua a essere un luogo altamente sacro e numerose immagini del Buddha si sono venute a aggiungere agli idoli induisti scolpiti nella pietra e la gente oggi celebra la propria fede buddhista nei luoghi che erano stati resi sacri dagli antenati facendo offerte tanto agli altari posti davanti al Buddha quanto a quelli eretti davanti alle antiche immagini di divinità brahmaniche.

Il momento culminante di queste celebrazioni lo si ha durante i tre giorni di festa del Maha Puja o Makha Bu-sa che cade al plenilunio del terzo mese della stagione secca. Ancora più suggestiva è la cerimonia che si celebra tre mesi più tardi, alla fine della stagione secca. Facendo rivivere gli antichi riti della fertilità, un bufalo viene condotto su una pietra posta oltre il santuario e sulla quale è scolpita l’immagine di un coccodrillo. Parrebbe che si tratti di una pietra sacrificale del periodo pre-angkoriano. Qui, il bufalo viene immolato e il suo sangue è offerto a Chao Tengkam, genio tutelare della regione, a cui si chiedono in cambio piogge abbondanti e ricchi raccolti.

error: Content is protected !!