La Rivista Indocinese | Storia del Laos
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LA STORIA DEL LAOS

Il mito delle origini

Narra un’antica leggenda che un tempo la terra era spopolata e deserta ma dal cielo scese una grande zucca e “allora Phou Lan Xou, l’inviato di Phaya Then, il re del cielo, prese la sua lancia rovente e forò la zucca. Subito gli uomini si precipitarono fuori per popolare la terra, ma erano così numerosi che la apertura non era sufficiente. Presero allora dei coltellacci e con questi fecero altri fori nella zucca e da questi buchi tutti gli uomini riuscirono a uscire fuori.”  Questo racconto un po’ fantastico offre una spiegazione dei diversi tipi etnici che ancora oggi compongono il mosaico etnico laotiano. I Kha, le etnie austro-asiatiche che popolano i monti della Catena annamitica, che uscirono per primi dal foro praticato dalla lancia rovente, ebbero la pelle più scura. I Thai, che passarono, dopo, dalle aperture fatte con i coltelli, conservarono una pelle più chiara.

E’ solo intorno al VII secolo d. C. che le popolazioni thai, di tipo mongolico e con carnagione chiara, scesero dalle zone montagnose dello Yunnan e, a Oriente, si divisero in due grandi ondate migratorie: una seguì il corso del Chaopraya e si stanziò in quello che venne chiamato Siam, l’altra discese il corso del Mekong prendendo possesso delle pianure rivierasche a ridosso della Catena annamitica e respinse verso le zone montuose gli antichi abitanti che sprezzantemente chiamavano kha, che altro non significava che “selvaggi”, “schiavi”. Questi Thai scesi dallo Yunnan, comunque, non formavano un gruppo etnico omogeneo: numerose erano i gruppi tribali, ognuno dei quali possedeva una propria specifica identità culturale, sociale e politica. Il gruppo più consistente e coeso era quello dei Lao che assunsero una posizione di preminenza politica, culturale e economica, e si resero egemoni costituendo salde signorie organizzate però ancora a livello tribale ma sino a quando il Laos non entra nell’orbita della nascente potenza khmer non possediamo che scarse e frammentarie informazioni. Per certo si può solo stabilire, grazie al ritrovamento di alcune iscrizioni su pietra, che a partire dal VI /VII secolo gli Khmer del regno del Cenla occuparono parte del Laos meridionale creandovi degli insediamenti e costruendo delle fondazioni religiose. Riguardo a questo periodo le fonti laotiane si mantengono nel leggendario e non è stato reperito alcun documento storico attendibile sulla costituzione di prime forme statali organizzate lungo il medio corso del Mekong. Gli antichi racconti laotiani narrano che il primo re lao si chiamava Khoum Lo e salì al trono nel 757 d. C.; da lui sarebbero poi discesi 14 sovrani che governarono il Paese per cinque secoli. Questa narrazione presenta però numerose incongruenze se viene raffrontata con quanto si conosce sulle vicende del confinante Impero khmer, del Regno del Champa e della calata a Sud delle popolazioni Thai provenienti dallo Yunnan. In ogni caso è da escludere che in quei secoli potesse già esistere una qualsivoglia forma di stato unitario nel territorio che oggi chiamiamo Laos. Possiamo pensare invece alla esistenza di principati, di signorie e di gruppi tribali, tutti più o meno tributari del regno del Champa o del nascente Impero Khmer come si può arguire da alcune antiche iscrizioni di Angkor che fanno cenno alle prime campagne militari condotte dagli eserciti khmer sul medio corso del Mekong.

La nascita del regno di Lane Xang (1349 – 1417)

Il Laos entrò nella sfera di influenza dell’Impero khmer solo nella prima metà del XI secolo quando il re “guerriero” Suryavarman I portò la guerra a Nord sottomettendo le regioni dislocate sul medio corso del Mekong. Non fu però una effettiva annessione politica e territoriale. I principati e le tribù sottomesse conservavano i loro ordinamenti e i loro principi e capi tribali ma accettavano un rapporto di vassallaggio. Dovevano fare atto di sottomissione, consegnare ostaggi, versare un tributo annuo, fornire uomini e animali per la realizzazione delle grandi opere imperiali e, se era necessario, mettere a disposizione dei contingenti di soldati come truppe ausiliarie dell’esercito imperiale. Queste erano le stesse condizioni che venivano imposte da Angkor anche agli altri popoli sottomessi come Siamesi, Cham e Mon. Le divisioni interne, le lotte di potere, gli antagonismi tribali o etnici, non cessarono comunque neppure in questo stato di formale unità sotto il dominio straniero. Si protrassero per circa tre secoli e non ebbero fine neanche quando, sul finire del XIII secolo, iniziò il declino della potenza di Angkor. Continuarono i conflitti intertribali o fra principati antagonistici ed anche all’interno delle stesse famiglie che detenevano il potere nei vari clan non mancarono le contese, soprattutto per questioni dinastiche. Fra tutti i principati lao sicuramente il più importante era quello di Muong Xua, che aveva come capitale Xieng Tong, la attuale Luang Prabang. Anche qui infuriavano le lotte per il potere all’interno della famiglia reale ea seguito di un’aspra contesa il principe Phi Fa fu costretto a fuggire con i suoi quattro figlioletti ad Angkor dove chiese ed ottenne la protezione imperiale. Il più grande dei figli, Fa Ngum che era nato nel 1316, venne educato alla fede buddhista dal venerabile monaco Maha Phra Samana Chao, poi fece un ottimo matrimonio sposando la principessa Yot Keo, figlia dell’imperatore Jayavarmandiparameshvara il quale aveva intenzione di riportare gli irrequieti principati lao sotto il controllo di Angkor. Nel 1349, Fa Ngum venne posto alla testa di un esercito khmer di 10.000 uomini, con il compito di risalire il Mekong imponendo l’obbedienza ai principi ribelli che avevano sospeso il tributo di vassallaggio. Non ebbe difficoltà a sottomettere prima il Bassac, cioè la provincia di Champassak, poi risalire vittorioso il Mekong e sconfiggere, nel 1351, un esercito vietnamita che approfittando delle ribellioni in corso aveva tentato di occupare gli altopiani centrali. Aggirò la cittadella fortificata di Vientiane e invase il principato di Muong Xua sconfiggendo il re suo zio, che lo aveva costretto all’esilio. Nel 1353 salì al trono ed al regno che aveva fondato diede il nome di Lane Xang, “Milione di Elefanti”, adottandovi in larga parte il medesimo sistema politico dell’Impero khmer. Si basava su una struttura sociale fortemente gerarchizzata con il sovrano a capo di una aristocrazia militare e amministrativa da cui dipendeva la grande massa di un popolo di agricoltori. Al più basso livello della scala sociale erano relegati gli schiavi che erano in larga parte uomini e donne delle tribù montane, quelli che venivano chiamati Kha, presi prigionieri nel corso di razzie organizzate dall’esercito. Nel 1356 decise di liquidare il conto con il regno di Vientiane ma la capitale era difesa da una invalicabile barriera naturale. Il luogo era chiamato Phai Nam, che significa “barriera di bambù spinosi”: era infatti circondato da una selva di siepi di bambù e rovi. Per superare l’ostacolo, Fa Ngum fece ricorso allo stratagemma di far lanciare contro la cittadella delle frecce con puntali decorati in oro e argento, quasi a ostentare l’immensa ricchezza del suo esercito. Ai primi lanci di risposta degli assediati, finse una precipitosa e disordinata ritirata. I difensori caddero nella trappola e, credendo di poter piombare su un nemico ormai in fuga e mettere le mani su un ricco bottino, lasciarono le fortificazioni e si lanciarono all’inseguimento. Fa Ngum, che era in agguato, piombò su di loro e agevolmente ne ebbe ragione. La città venne occupata e in ricordo di questa vittoria prese il nome di Vieng Nham, che vuole dire “siepe d’ oro”, nome che successivamente si trasformò in Vieng Chan, cioè la “siepe di sandalo”. Fa Ngum, unificando sotto il suo comando tutto il Paese, fu il fondatore del primo regno lao, al quale estese il nome di Lane Xang. Riconobbe un formale rapporto di vassallaggio nei confronti della corte di Angkor, che aveva reso possibile la sua impresa, ma che non si concretizzò mai in alcuna forma di subordinazione. Costrinse poi il regno thai di Ayutthaya a riconoscere la sua sovranità su tutti i territori a oriente del Mekong e su parte di quelli a Ovest. Pose ogni cura nella organizzazione di un forte stato centralizzato e suddivise il paese in muong, o provincie, a capo delle quali nominò governatori di sua fiducia i quali oltre che alla riscossione dei tributi dovevano provvedere al reclutamento degli uomini per l’esercito. Tutto il potere era strettamente nelle mani dei membri della famiglia reale e della nobiltà di corte. Le terre da coltivare restavano di proprietà esclusiva del sovrano, ma venivano assegnate in uso ai contadini che erano assoggettati al pagamento delle imposte e dovevano prestarsi, obbligatoriamente, per le corvè per i lavori  di interesse pubblico o per i servizi della corte. Le popolazioni razziate nei villaggi montani, i prigionieri di guerra e coloro che non erano in grado di pagare le imposte erano ridotti in stato di schiavitù da cui né loro, né i loro discendenti potevano in alcun modo affrancarsi. Riordinato lo Stato, Fa Ngum si pose infine l’obiettivo di liberare il Paese dall’ancestrale culto animista dei phi pervaso di elementi magici e sciamanici. Avvertiva la necessità di imporre a tutta la nazione un unico credo religioso che contribuisse a eliminare tutti i particolarismi che erano invece favoriti dal permanere di culti e riti tribali. Fece venire da Angkor, dove ormai tutta la corte era convertita al buddhismo Theraveda, dei monaci i quali giunsero a Xieng Tong nel 1358 portando con loro la statua in oro del Buddha Phra Bang che da allora divenne il “palladio” del regno di Lane Xang mentre il buddhismo iniziò a penetrare sia negli ambienti di corte sia, soprattutto, in sempre più larghi strati della popolazione. Fa Ngum fu una grande guerriero e riformatore ma fu anche un despota e nel 1371 una congiura di palazzo lo depose ponendo sul trono il figlio Oun-muang che mantenne, addolcita nella forma, la politica del padre continuando la strategia di espansione territoriale e spinse le sue conquiste verso il Nord, fino allo Yunnan, e a Occidente, verso il regno del Lan-na. Per sostenere questa politica di potenza, pose grande cura nel riorganizzare e rafforzare l’esercito che giunse a contare su un effettivo di 150.000 uomini, su una popolazione maschile adulta di 700.000 persone di cui 300.000 erano uomini atti alle armi. Risultati non altrettanto soddisfacenti li ottenne nel campo della politica interna perché, malgrado le cure da lui poste nell’organizzare un sistema di governo locale strettamente dipendente dalla corte reale, i governatori delle diverse province riuscirono a mantenere una notevole autonomia, amministrando i territori di loro competenza con potere autocratico sino a trasformarli in autentici feudi ereditari. La persistenza di un parcellizzato potere locale autonomo, che disponeva di risorse agricole e naturali limitate ma che la configurazione stessa del terreno accidentato e montuoso proteggeva da ogni ingerenza esterna, caratterizza tutta la storia dei principati laotiani e spiega il perché mai si sia potuto giungere all’affermazione di un forte Stato unitario. E’ dunque durante questo periodo di 64 anni, che va dall’ascesa al trono di Fa Ngum nel 1353 alla morte di Oun-muong nel 1417, che si manifestano poi consolidano quelle che resteranno per le caratteristiche strutturali dello Stato laotiano anche nei secoli successivi.

L’ascesa (1417 – 1694)

I successori di Oun-muong, mossi dall’ambizione di condurre una politica estera di prestigio, strinsero stretti legami con la dinastia cinese dei Ming accettando un rapporto di dipendenza che inevitabilmente li faceva entrare in conflitto con gli interessi del Vietnam che, in perenne lotta con il Celeste Impero, non poteva tollerare la presenza di un potenziale nemico sulla sua frontiera occidentale. I Laotiani cercarono di approfittare della guerra in corso tra le armate imperiali dei Ming e l’esercito vietnamita guidato da Le Loi e prima tentarono una manovra di accerchiamento dei Vietnamiti impegnati nella piana del Fiume Rosso contro gli eserciti cinesi, poi, quando questi furono sconfitti e si dovettero ritirare, diedero inizio a una serie di scontri di frontiera nell’alta valle del Fiume Nero e infine, nel 1450, negoziarono un vero e proprio trattato di vassallaggio con la Cina. I Vietnamiti, che avevano mire su Xieng Khuoang cioè la “Piana delle Giare”, nel 1478 mossero guerra e giunsero a conquistare Xieng Tong ottenendo così di portare nella loro sfera di influenza il principato di Xieng Khuoang che ribattezzarono Tran Ninh. Il Lane Xang si trovava così circondato da vicini minacciosi: da Oriente premevano i Vietnamiti, da Sud cresceva la spinta espansionistica del regno thai di Ayutthaya mentre da Occidente si facevano minacciosi i Birmani. La protezione della Cina era un fatto puramente formale e non garantiva reali sicurezze così che per tutta la prima metà del XVI secolo il Laos visse in stato di perenne guerra con la Birmania e con il regno di Ayutthaia, con repentini cambi di alleanze, brevi tregue, sconfitte e pesanti distruzioni portate sul territorio laotiano dagli eserciti nemici. A tale grave situazione sul piano internazionale si aggiunsero le tensioni interne che sfociarono anche in autentiche ribellioni contro il potere centrale, come quelle provocate da un editto del 1527 del re Pothisarat che interdiva il culto dei phi, gli ancestrali spiriti della natura e geni tutelari, e particolarmente accanita fu la opposizione delle tribù di montagna, profondamente legate a questa loro antichissima forma di culto animista. L’estensione territoriale e la precarietà delle vie di comunicazione rendevano inoltre problematico un controllo efficace del potere centrale sulle provincie periferiche e, in particolare modo, su quelle meridionali. Il principato di Bassac e quello di Xieng Khouang si ritagliarono ampi spazi di autonomia mentre la stessa capitale si trovava a essere pericolosamente esposta agli attacchi dei Birmani. Nel 1559 salì al trono Setthathirath, un re vigoroso e deciso a restaurare il potere regio su tutto il Paese e porre fine alla minacce provenienti dall’esterno. Si rese conto che la posizione geografica di Xieng Tong era troppo periferica e nel 1563 decise di trasferire la capitale a Vientiane che si trovava al centro geografico del Paese. Setthathirath vi fece erigere palazzi, monasteri, pagode, monumenti e, primo fra tutti, il grandioso tempio-reliquiario del That Luang, autentico capolavoro della architettura religiosa laotiana. Il Phra Keo, il famoso “Buddha di smeraldo”, simbolo dell’autorità del sovrano, venne da Luang Prabang e posto nella magnifica pagoda che il re aveva fatto erigere per accoglierlo. Setthathirath aveva fatto fortificare la città ma per due volte, nel 1564 e nel 1569, venne costretto a abbandonarla, perché minacciata da presso dagli eserciti birmani che avevano invaso il Siam. Solo nel 1571 Setthathirath poté dire di essere riuscito a rendere sicure le frontiere e aver ristabilito l’autorità del potere centrale su tutto il Paese ma, in quello stesso anno, morì nel corso di una campagna militare contro le tribù ribelli del Sud del paese. Alla sua morte, il paese entrò in un periodo di anarchia che culminò con una invasione birmana che ridusse il Lane Xang in stato di vassallaggio fino al 1591. Seguì un periodo oscuro e la ripresa avvenne solo con la ascesa al trono di Souligna, o Suriya, Vongsa che regnò dal 1637 al 1694, vale a dire per più di mezzo secolo, e che venne chiamato il “Re Sole”, non si sa se per assimilarlo al quasi contemporaneo Luigi XIV o perché il suo nome Suriya in sanscrito significa “sole”. Ristabilì l’unità e l’ordine interno imponendosi  su tutte le fazioni in lotta e amministrando il Paese con fermo rigore. Ottenne buoni risultati anche sul piano diplomatico concordando con i paesi confinanti i rispettivi limiti territoriali e pose così fine alle ormai secolari guerre nate da conflitti per le frontiere. Suriya Vongsa fu un vero autocrate che impose la sua volontà su tutto il Paese imponendosi non solo come guida politica ma anche come capo spirituale. Il culto buddhista ricevette nuovo impulso: si moltiplicarono le pagode e i monasteri e furono fatti giungere molti monaci dal Siam e dalla Cambogia. Fu questo il momento in cui le frontiere del regno vennero aperte anche al mondo occidentale e una “delegazione” di missionari-mercanti olandesi, guidata da Gerrit Van Wusthof, venne ricevuta a corte nel 1641 e fu autorizzata a stabilire rapporti commerciali. Il ricordo di questi curiosi stranieri, con i capelli lunghi, gli stivaloni e la pipa in mano, si conservò a lungo e la loro immagine resta dipinta sui battenti della porta del lato Est del Vat Pa Khe di Luang Prabang. Sui battenti della porta del lato Nord sono invece raffigurati dei personaggi detti “i Veneziani” che potrebbero essere un ricordo della visita compiuta, nel 1660 secondo le fonti laotiane, dal gesuita italiano Giovanni Filippo de Marini che però non trattò affari commerciali ma si limitò a percorrere il paese con occhio attento e curioso e ne lasciò una bella descrizione nella Relazione nuova e curiosa del Regno di Lao, che fu data alle stampe a Genova nel 1664. Nel 1694 il Suriya Vongsa morì senza eredi e si scatenò un’aspra lotta per la successione al trono Ebbe fine l’unità nazionale e con essa terminò anche il lungo e prospero periodo di pace interna.

Decadenza e perdita dell’indipendenza (1694 – 1893)

Dagli inizi del XVIII secolo il Laos cominciò a essere lacerato da feroci lotte interne e sempre più frequentemente i contendenti fecero ricorso a aiuti militari esterni sia vietnamiti che siamesi, senza dimenticare i bellicosi principi birmani sempre pronti a mettersi al servizio di chi li poteva pagare. Queste ingerenze straniere portarono alla divisione del paese e alla nascita di tre principati in lotta fra di loro. A Sud si costituì il principato di Champassak che gravitava nella sfera di influenza siamese. Al centro, il principe Sai Ong Hue ottenne l’appoggio vietnamita e si proclamò re in Vientiane. Nel Nord, l’antica Xieng Tong che aveva preso il nome di Luang Prabang divenne capitale di un terzo regno che subiva la minaccia birmana e che era in lotta con quello di Vientiane. Erano dei regni deboli confrontati a nemici potenti come i Birmani che nel 1767 dopo aver conquistato e raso al suolo la capitale siamese Ayutthaya imposero ai regni di Vientiane e Luang Prabang un formale rapporto di vassallaggio ma nel 1774 i Siamesi, liberatisi dal giogo birmano, invasero il Champassak mentre una loro flotta risaliva il Mekong. Nel 1779 venne conquistata Vientiane e, per punire i Laotiani per il sostegno dato ai Birmani nella precedente guerra, la città fu saccheggiata e il “Buddha di smeraldo”, il Phra Keo, fu portato a Bangkok dove venne eretto il tempio che tuttora lo ospita. Fu imposto il “protettorato” siamese su tutto il paese e i principi laotiani esercitavano un ruolo di governo solo formale mentre il potere effettivo era esercitato dai delegati militari siamesi. I Laotiani tentarono di riconquistare la loro indipendenza chiedendo aiuto al Vietnam e nel 1826 il re Chau Anou attraversò il Mekong e invase il Siam. Venne però sconfitto e fu costretto a cercare rifugio in Vietnam mentre Vientiane, nel 1827, veniva conquistata e nuovamente saccheggiata. L’anno successivo, Chau Anou riconquistò la capitale ma la vendetta siamese nel 1830 fu tremenda: Vientiane, con tutte le sue pagode e monasteri, venne rasa al suolo e decine di migliaia di laotiani furono deportati in Siam. Il re Chau Anou cadde prigioniero e morì in prigionia a Bangkok e il regno di Vientiane venne trasformato in provincia siamese. Al principato di Champassak fu lasciata una formale autonomia in cambio del pagamento di un pesante tributo alla corte di Bangkok, che si riservava comunque il diritto di decidere in merito alla successione al trono. Luang Prabang conservava una sorta di relativa formale indipendenza ma il potere effettivo era esercitato da commissari siamesi residenti nella città. La sua situazione era poi aggravata dalla bande armate di Cinesi che dopo la repressione della rivolta dei Taiping, si erano organizzati in potenti Bandiere che dominavano sulle regioni montuose del Nord del Laos. I più famosi erano i Pavillons noirs, che la letteratura coloniale francese fece poi entrare nel mito dell’epopea della Legione straniera. Negli ultimi decenni del XIX secolo era infatti entrato sulla scena indocinese un nuovo e potente protagonista, la Francia di Napoleone III che nella sua strategia coloniale mirava al controllo del corso del Mekong, dal Delta allo Yunnan. Determinante fu il lavoro svolto dal vice-console francese a Luang Prabang, Auguste Pavie, che ha lasciato una particolareggiata testimonianza di tutti quegli eventi nel suo libro di memorie “A la conquête des coeurs”.

Periodo coloniale, guerra e dopoguerra (1893 – 1995)

Nel 1893 il Regno del Siam fu costretto a cedere alla Francia i suoi interessi su tutti i territori a Est del Mekong; con successivi trattati, stipulati nel 1902, 1905 e 1907, il Siam rinunciò a altre parti di territorio sulla riva destra e così si definirono le linee di confine che sono ancora oggi in vigore. Erano linee di frontiera ispirate esclusivamente a considerazioni geopolitiche e prescindevano da qualsiasi considerazione di carattere etnolinguistico per cui il popolo lao si trovò a essere di fatto spaccato in due: i Lao che vivevano nel Regno del Laos e i Lao, ancor più numerosi, che vivevano sul vasto altopiano di Korat nel Regno del Siam. Questa vicenda era però già stata regolata, in modo definitivo, il 15 gennaio 1896 quando le due potenze coloniali, Francia e Inghilterra, sottoscrissero un accordo con cui si spartivano le rispettive sfere di azione nel Sud-Est asiatico: l’Inghilterra vedeva riconosciuta la propria sovranità fino ai confini della Birmania mentre la Francia aveva mano libera su tutta l’Indocina. In mezzo, onde evitare pericolose frizioni fra i due domini coloniali, si lasciava uno Stato “tampone”: il Regno del Siam, che per vedersi garantita l’indipendenza doveva però rinunciare a ogni sua mira espansionistica.

In questo modo nacque uno stato unitario che prima non era mai esistito e per questo Stato venne anche inventato un nome: Laos. Sul piano istituzionale l’unità era però una finzione e il paese non aveva una veste unitaria perché fu conservata una fittizia autonomia al Regno di Luang Prabang, che era posto sotto un regime di Protettorato, ma tutto il territorio ricadeva sotto l’amministrazione diretta francese che aveva posto la propria capitale amministrativa in Vientiane, che era stata ricostruita dopo la devastazione del 1830, e qui il potere effettivo era esercitato da un Residente Superiore francese che era alle dipendenze del Governatore Generale di Indocina. Il Laos è un paese vasto ma che già allora era scarsamente popolato e le sue risorse naturali non erano che marginalmente sfruttate: scarsi quantitativi di stagno, caffè e legname, che producevano modesti utili. Nel 1900 la popolazione era di soli 470.000 abitanti che furono assoggettati a un regime di tassazione diretta in denaro di circa una piastra e mezza pro capite. Molti non erano però in grado di pagare e l’amministrazione coloniale, per coprire le proprie spese di funzionamento, ricorse all’odioso sistema della imposizione di un Monopolio di Stato sulla produzione e la vendita di alcol e di oppio. Ogni abitante maschio, di età tra i 18 e i 60 anni, era obbligato a acquistare sette litri di alcol di riso all’anno, anche se era astemio, e doveva consegnare all’Amministrazione due chili di oppio all’anno, anche se non ne era produttore. Nel 1937, il totale degli Europei residenti in Laos era di sole 574 persone e per fare fronte alle carenze degli organici, la Francia mise in atto un processo di “vietnamizzazione” delle strutture coloniali. I livelli più bassi della carriera esecutiva dell’amministrazione e i gradi inferiori di Gendarmeria ed Esercito furono coperti, sia in Laos che in Cambogia, da impiegati  e graduati vietnamiti che erano stati addestrati nelle scuole di Hue e Hanoi. Moltissimi si trasferirono portando con sé i familiari cosicché nel 1940, i Vietnamiti costituivano il 60 % di tutta la popolazione urbana del Laos. Esattori fiscali, doganieri, sottufficiali dell’esercito, gendarmi, impiegati, uscieri e addetti a tutte le altre funzioni esecutive dell’apparato coloniale erano dei Vietnamiti e questo spiega la ragione per cui, ancora oggi, i Vietnamiti non sono amati né in Cambogia né in Laos: per decenni, fino a 60 anni fa, per la gente del popolo sono stati loro il volto evidente dell’oppressione coloniale. Mezzo secolo di presenza francese non modificò grandi cose nella struttura economica e sociale del paese che restò ferma ai tradizionali modi di produzione. Non nacque neppure un embrione di borghesia mercantile né fu compiuto dalla amministrazione coloniale alcuno sforzo per favorire la crescita culturale e scientifica del paese. Negli anni ’40, lo stanziamento per l’istruzione pubblica ammontava a un misero 2 % del bilancio e nel 1937 esisteva un solo istituto di studi secondari, a Vientiane, con 110 alunni di cui solo 44 erano Laotiani. L’unica novità per la gente delle campagne fu l’inasprimento del carico fiscale che fece esplodere episodici ma ricorrenti moti di protesta che vennero però sempre repressi senza difficoltà dalla Gendarmeria e dalla fanteria coloniale. Più aspre, e mai domate, furono invece le lotte condotte dalle popolazioni delle montagne del centro-Sud: i Lao Theung, che furono cacciati dalle loro terre per abbattere le foreste e far posto alle piantagioni di the e caffè, mentre gli uomini erano spesso costretti a un vero e proprio lavoro coatto, in condizioni di vita spaventose, nelle proprietà agricole dei coloni francesi. Anche gli anni della Seconda Guerra Mondiale trascorsero senza che nel Laos le vicende interne subissero il minimo contraccolpo dei grandi rivolgimenti mondiali e i Giapponesi, che avevano occupato Vietnam e Cambogia nel 1941, non entrarono in Laos che nel 1945. La vera guerra che in quegli anni fu combattuta sulle rive del Mekong fu quella tra il nazionalismo pan-thai e quello lao. Con il colpo di Stato del 1932 aveva preso il potere nel Regno del Siam un forte partito nazionalista che, in politica estera, predicava il credo della “grande Nazione di tutti i Thai” e, cambiando anche, nel 1939, il nome del Regno del Siam in Thailandia, la “Terra dei Thai”, manifestava chiaramente la sua volontà di ridefinire le linee di frontiera riunendo in un solo Stato tutti i Thai, compresi quelli che vivevano in Laos e in Birmania. Le autorità francesi del Protettorato, che obbedivano al governo collaborazionista di Vichy, reagirono con una campagna di apertura alle élites sociali, economiche e politiche laotiane, sollecitandone lo spirito nazionalista per scongiurare una annessione alla Thailandia che avrebbe significato l’inizio di uno smembramento del loro dominio coloniale. La conseguenza fu la nascita di un “partito” di notabili francofili che poi, nei drammatici decenni successivi, costituirono la base del partito filo-occidentale. La sconfitta del Giappone fece cadere le ambizioni pan-thai dei nazionalisti thailandesi e, nell’immediato dopoguerra, il Laos si trovò invece a affrontare, con Vietnam e Cambogia, il cruciale problema dell’indipendenza dalla Francia. Il conflitto nacque all’interno stesso della famiglia reale dove il re Sri Savang Vong era favorevole a un ritorno, negoziato, dei Francesi, mentre suo nipote, il potente principe Petsarath di Vientiane, postosi a capo del movimento dei Lao Issara reclamava l’indipendenza. Il movimento si spezzò subito in tre tronconi che incarnavano le tre anime dello schieramento indipendentista. Petsarath era contrario a ogni trattativa con i Francesi e voleva l’indipendenza immediata. Il suo fratellastro principe Souvanna Phouma, vicino alle posizioni del sovrano, era disposto a negoziare con la Francia una forma di relativa indipendenza nell’ambito della Unione francese. La necessità di una lotta, anche armata, a fianco del Vietminh per l’indipendenza di tutta l’Indocina veniva invece sostenuta da un terzo fratellastro, il principe Souphanouvong. Nell’agosto del 1946 la Francia concesse al Laos una parziale autonomia nel quadro dell’Unione francese e nel 1947 una riforma istituzionale trasformò il paese in monarchia costituzionale. Due anni più tardi la Francia concesse una formale l’indipendenza, ma sempre nel quadro della Unione francese. Souvanna Phouma accettò questa soluzione mentre invece Souphanouvong rimase sulle montagne dove aveva costituito il fronte armato del Pathet Lao, la “Patria Lao”, che combatteva a fianco del Vietminh. La Francia, sconfitta a Dien Bien Phu, uscì definitivamente dalla scena con gli accordi di Ginevra del 1954 ma  immediatamente gli Stati Uniti iniziarono a sostenere economicamente e politicamente le forze filo-occidentali del governo laotiano mentre il Pathet Lao e i suoi alleati, che controllavano tutto il Nord-Est e avevano costituito il Fronte Patriottico Lao, godevano dell’appoggio del Vietnam e di Cina e Unione Sovietica. Le due opposte fazioni laotiane privilegiarono la via della trattativa a quella del confronto armato e così si affrontarono alle elezioni  per l’Assemblea Nazionale nel 1958. Il Fronte Patriottico ottenne la maggioranza con 13 seggi su  21. La destra reagì con un colpo di Stato che portò all’arresto di ministri e parlamentari del Fronte. Souphanouvong stesso finì in galera ma riuscì a evadere e raggiungere in montagna le forze del Pathet Lao che intanto avevano ripreso le armi. A Souvanna Phouma, che reggeva il governo di Vientiane, e Souphanouvong, che guidava il Pathet Lao, si aggiunse anche Boun Oum, principe del  Champassak, che nel Sud aveva creato una sua milizia e propugnava una intesa con la Thailandia. Si tentarono nuove mediazioni e si raggiunsero precari accordi fino a che il Laos, nel 1964, fu drammaticamente coinvolto nella guerra del Vietnam. Una guerra che si combatteva sull’altro versante della frontiera, ma era soprattutto in territorio laotiano, sulle impenetrabili pendici della Catena annamitica, che correva la famosa “Pista di Ho Chi Minh”, la vitale via di rifornimento che dal Nord del Vietnam scendeva a alimentare le forze dei Vietcong. Su di essa si scatenò la furia dei bombardamenti americani che, a una media di 110 incursioni aere ogni giorno, inutilmente tentarono di interromperla. I raid aerei partivano soprattutto dalla Thailandia, dall’altopiano di Korat dove era stata anche costruita una cosiddetta “strada della amicizia” che in molti tratti era stata trasformata in pista di decollo e atterraggio. Non ostante i due milioni di tonnellate di bombe che devastarono il paese, gli Americani non riuscirono però a interrompere mai le linee di rifornimento dei Vietcong e delle forze del Pathet Lao che erano attestate soprattutto nei sicuri rifugi naturali delle grotte di Sam Neua. Il fallimento della strategia aerea indusse gli Americani a tentare la tattica di combattere i guerriglieri con altri “irregolari” e venne organizzata una truppa di 10.000 uomini arruolati fra H’Mong, Thai e Lao Thueng. Gli Accordi di Pace di Parigi del 1973 consentirono un avvicinamento fra le diverse fazioni laotiane che, pur senza disarmare, cercarono una intesa politica che sfociò, il 5  aprile 1974, nella formazione di un governo di Unione nazionale presieduto da Souvanna Phouma e di un  Consiglio politico nazionale consultivo presieduto da Souphanouvong. Il 17 aprile 1975 i Khmer rossi entrarono in Phnom Penh, il 30 aprile cadde Saigon e nello stesso tempo gli ultimi Americani abbandonarono Vientiane seguiti da ministri, alti ufficiali e gente appartenente alle classi medie spaventata dall’idea dell’avvento di un regime comunista. Il Pathet Lao ruppe gli indugi e il 23 agosto, senza colpo ferire, occupò la capitale senza però prendere ancora il potere: voleva una soluzione politica. La situazione precipitò quando, il 18 novembre, la Thailandia fermò tutta la linea di frontiera e il Laos si trovò in uno stato di totale isolamento e blocco commerciale. Il governo provvisorio di unità nazionale diede allora mandato ai due principi, Souvanna Phouma e Souphanouvong, di recarsi, il 28 novembre, al Palazzo reale di Luang Prabang per chiedere l’abdicazione del sovrano e il 2 dicembre fu proclamata la Repubblica Popolare Democratica del Laos. L’Assemblea costituente nominò Souphanouvong Capo dello Stato ma riservava un ruolo anche a Souvanna Phouma e all’ex-re Savang Vatthana che ricevettero la molto ambigua carica di “consiglieri politici supremi”; si trattava però di una fittizia conciliazione nazionale perché dopo poco Souvanna Phouma venne pensionato e l’ex-re, con tutti i suoi più stretti famigliari, fu inviato in un campo di rieducazione da cui non fece mai più ritorno. Il potere effettivo era nelle mani del Partito Popolare Rivoluzionario Lao, in realtà un partito comunista filovietnamita e quindi di stretta osservanza sovietica, il cui segretario generale Kaysone Phomvihane assunse la carica di primo ministro e dovette come prima cosa affrontare il drammatico problema della ricostruzione di un paese che era stato lacerato da decenni di guerra e la cui primitiva economia agricola era stata praticamente distrutta dagli oltre due milioni di tonnellate di bombe rovesciate dall’aviazione statunitense nell’inutile tentativo di annientare il Pathet Lao e interrompere la Pista di Ho Chi Minh. L’esodo di quasi 400.000 persone fra le quali si contavano quasi tutti gli appartenenti ai ceti medi professionali, imprenditoriali e commerciali, privava il paese di insostituibili risorse umane e intellettuali e rendeva ancora più difficile la ripresa. Il governo adottando radicali e intempestive misure di nazionalizzazione di tutto il settore privato e collettivizzazione dell’agricoltura, non fece altro che aggravare la situazione. Nel 1979, di fronte al disastro incombente, il governo dovette fare autocritica e, molto pragmaticamente, prendere atto del fatto che non è possibile imporre a un paese dalle ancestrali tradizioni un sistema economico e sociale importato dall’estero e che, in ogni caso, è impossibile ripartire equamente la ricchezza se non si produce nessun profitto. Il primo atto fu quello di consentire la rinascita di piccole imprese agricole e commerciali nelle campagne, ma il grosso dei terreni coltivati a riso restavano affidati alle cooperative statali che ripartivano il beneficio in tre parti: lo Stato, il villaggio e i singoli coltivatori. La moneta, il Kip, venne lasciata fluttuare per adeguarsi alla legge della domanda e dell’offerta. Queste prime riforme aprirono al Laos la porta degli aiuti internazionali che già a partire dal 1980 arrivavano a coprire il 78 % del bilancio dello Stato. Nel 1986 cominciò infine una stagione di riforme più radicali con l’apertura agli investimenti stranieri e la progressiva privatizzazione di molte imprese statali. La svolta economica trovò sostegno nella nuova Costituzione, approvata il 14 agosto 1991, che comunque riaffermava il ruolo dirigente del Partito Popolare Rivoluzionario Lao che restava l’unica istanza politica del paese ma venne anche deciso che nel simbolo nazionale la falce e martello sormontati da una stella fossero sostituiti dalla sacra immagine del grande stupa buddhista di That Luang. Fu proprio nel recinto del That Luang che nel 1995 venne posta l’urna contenenti le ceneri del primo Presidente della Repubblica Democratica del Popolo Lao, il principe Souphanouvong. In economia, i primi e timidi accenni di liberalizzazione cominciarono a portare i loro frutti e nel decennio 1987-97 si registrò un tasso di crescita annuo mediamente del 7/8 % ma l’economia nazionale restava fortemente dipendente dagli aiuti economici esteri che, in quegli anni, rappresentavano circa l’80% delle risorse dello stato. Una vera e sostanziale svolta nella politica interna e estera del Laos avvenne solo nel luglio 1997 con l’ingresso del paese nel ASEAN, la Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico. Sul piano economico, i benefici indotti da questa “apertura” furono uccisi sul nascere dalla esplosiva crisi economica e finanziaria che colpì la Thailandia in quello stesso anno e che ebbe ripercussioni su tutti i mercati dei paesi asiatici. Il Laos pagò probabilmente il prezzo più alto perché la Thailandia era, ed è, il suo solo possibile sbocco sul libero mercato occidentale. La crisi fu gravissima e di lunga durata ma ora pare che il Laos la abbia completamente superata tanto che nel 2012 il tasso di crescita ha raggiunto l’8,3 % annuo. Sul piano politico e sociale, l’ingresso nell’ASEAN ha prodotto  benefici immediati e duraturi. L’Assemblea Nazionale, per mantenersi al passo con le veloci mutazioni di uno spazio geografico che ha reso permeabili le frontiere interne, sta colmando i vuoti legislativi che avevano afflitto il vecchio Stato burocratico. Il ritardo accumulato era enorme: nei venti anni trascorsi tra il 1975 e il 1995 l’Assemblea Nazionale era riuscita a approvare solo 8 testi di legge, ivi compresa la Costituzione. Dopo di allora sono state approvate importanti leggi quadro, fra le quali spicca la riforma commerciale con la normativa inerente gli investimenti stranieri. Oggi, le frontiere si sono totalmente aperte al transito delle persone e delle merci e, ricordando le lungaggini burocratiche dei transiti di frontiera in anni non troppo lontani, si resta quasi attoniti nel vedere come a Vientiane, sul Ponte dell’Amicizia, o al valico di Vang Tao, presso Pakse, Laotiani e Thailandesi, insieme a cittadini di ogni nazionalità, senza alcuna formalità passino da un lato all’altro della frontiera per fare acquisti nelle vaste aree commerciali che sono sorte su entrambi i lati.

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