La Rivista Indocinese | Storia del Vietnam
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LA STORIA DEL VIETNAM

Gli antichi progenitori ( 2879 a.C. – 258 a.C. )

Secondo le leggende care ai Vietnamiti già nel 2879 avanti Cristo un mitico eroe di nome Hung Vuong fondò il regno di Van-lang. Dopo di lui vennero 18 sovrani che regnarono per periodi favolosamente lunghi. Ancora più leggendarie sarebbero le origini di Hung Vuong perché il mito narra che era figlio del signore dei Dragoni acquatici del Paese dei Lac che aveva preso in moglie la Immortale Au-Co, la divinità della Montagna che adorava come totem la fenice. Si tratta di una narrazione fantastica ma in essa si ritrova un preciso fondamento storico perché gli archeologi hanno accertato la realtà storica di questo primo regno sorto nel Vietnam settentrionale nel tardo neolitico e protrattosi sino a tutta l’Età del bronzo, che in questa regione giunge fino al terzo secolo a.C. Grazie agli scavi e alle stupende incisioni dei tamburi in bronzo di Dong Son conosciamo molte cose sulla vita quotidiana degli abitanti di questo primo regno vietnamita. Ancora non avevano addomesticato gli animali e quindi non usavano aratri tirati dai bufali. Lavoravano la terra con zappe di pietra levigata ma riuscivano comunque ad avere due raccolti di riso ogni anno. Andavano a caccia, o combattevano, con lunghi archi e frecce le cui punte in bronzo erano avvelenate. La preparazione di questo veleno era un segreto gelosamente custodito dagli anziani. Avevano la consuetudine di tatuarsi il corpo e di tenere i capelli annodati sul capo e ricoperti da una sorta di turbante. Gli antichi autori cinesi parlano di loro come del “Regno degli uomini nudi” perché indossavano solo un gonnellino in stoffa. Avevano l’abitudine di masticare il betel e di laccarsi di nero i denti ed i loro culti erano di tipo animista. Onoravano i geni protettori dei fiumi, delle risaie, delle foreste e gli spiriti delle forze della natura come la pioggia, il vento, le nuvole e, primo fra tutti, il sole che era raffigurato al centro dei grandi tamburi rituali in bronzo della cultura dongsoniana. Grandi onori e un culto particolare era riservato agli antenati così come è rimasto costume nel Vietnam contemporaneo. Gli annali cinesi chiamarono queste genti Lac-Viet e questo termine è il più antico nome dei Vietnamiti di quel regno di Van-Lang le cui origini restano avvolte nella leggenda ma la cui fine è fissata con precisione nella storia: nell’anno 258 avanti Cristo quando si lascia il mito e si entra nella storia.

Dal mito alla storia ( 258 a.C. – 111 a.C. )

I Lac Viet avevano stabilito il loro dominio sulle regioni della pianura e su quelle costiere. Nella zona di quella che è oggi la provincia settentrionale di Cao Bang si era venuta costituendo una potente federazione di tribù Tay Au, i progenitori di quelle tribù Tay, Nung e Choang che ancora oggi abitano le terre montane tra il Nord del Viet Nam ed il Sud della Cina. Fu guerra con il regno di Van Lang e il principe An Duong dei Tay Au sconfisse Hung, ultimo re dei Lac Viet. Unificati sotto la sua signoria i due popoli, rese omaggio ad entrambi dando al regno il nome di Au-Lac. Edificò la sua capitale a Co-loa, in prossimità dell’attuale sito di Hanoi, e la fortificò con una poderosa cittadella protetta da mura che si avvolgevano a spirale su una lunghezza di oltre sette chilometri. An Duong regnò per cinquanta anni fino a che il generale Trieu-Da che aveva la capitale a Canton, mosse guerra per unificare sotto il suo dominio tutti i popoli Viet. Co-loa cadde e tutto il suo territorio venne inglobato nel regno del Nam Viet, il “Paese dei Viet meridionali”. Il Nam Viet riuscì a conservare la propria indipendenza solo per meno di un secolo. Nel 206 a.C. era salita al trono in Cina la dinastia degli Han che muovendo a Sud per aprirsi una via commerciale verso Birmania, India e Afghanistan occupò nel 111 a.C. i territori del Nam Viet cui diedero il nome di “Governatorato del Giao-Chi”. Iniziava il lunghissimo periodo, di oltre dieci secoli, durante il quale il Vietnam fu la estrema provincia meridionale del grande Impero cinese.

Provincia dell’Impero cinese ( 111 a.C. – 939 d.C. )

La dominazione cinese durò 1.050 anni ma i Vietnamiti non la accettarono mai soprattutto perché trovavano intollerabile l’organizzazione burocratica e i carichi fiscali imposti dal governo imperiale resi, spesso, ancor più gravosi dalla esosità degli amministratori locali.

Il primo, e forse il più famoso, di questi moti indipendentisti scoppiò nel 40 d. C. ed era guidato dalle sorelle Trung, due nobildonne appartenenti alla vecchia aristocrazia dei Lac, che la tradizione vuole che si siano sollevate per vendicare l’uccisione del marito della maggiore di esse da parte del governatore cinese del Giao-chi. Intorno a loro si raccolsero le forze di tutta la nobiltà della terra che mobilitò le schiere dei servitori e dei contadini. I successi iniziali furono travolgenti, gli insorti restarono padroni di tutta la regione settentrionale e le due sorelle furono proclamate regine. Tre anni dopo gli eserciti imperiali guidati dal “generale dominatore della acque’, Ma Yuan, scesero da Nord per restaurare l’ordine e sconfissero l’esercito vietnamita. L’epopea si concluse con il sacrificio delle due sorelle che alla schiavitù preferirono la morte precipitandosi nelle acque del Hat-giang. Due secoli più tardi nella provincia di Thanh Hoa, a sud del Fiume Rosso, un’altra eroina, la Dama Trieu, si pose alla testa di una sollevazione anticinese e cavalcando il proprio elefante da combattimento proclamava: “vorrei cavalcare i più impetuosi venti, per fendere gli squali in alto mare, cacciare gli invasori, riconquistare il Paese, spezzare i vincoli di schiavitù, e giammai chinare la schiena per rendermi concubina”. Anch’essa, però, dovette piegarsi davanti alla forza dell’esercito cinese e morì combattendo. Altrettanto sfortunato fu il tentativo del nobile Ly Bi che nel 542 lanciò un nuovo moto indipendentista. Ebbe iniziali successi e riuscì anche a proclamarsi sovrano di uno stato vietnamita indipendente, ma dopo soli sei anni moriva e il suo regno non gli sopravvisse. Nel 603 i generali della dinastia Sui avevano nuovamente pacificato tutto il Vietnam. Pochi anni dopo, nel 619, salì al trono in Cina la dinastia dei Tang sotto i quali l’Impero conobbe un periodo di grande potenza e nel 679 venne con la forza istituito il “protettorato di An-nam”.

An-nam significa “Sud pacificato” e così questo termine, che verrà riutilizzato dai Francesi nel periodo coloniale ma che non fu mai accettato dai Vietnamiti, iniziò a essere usato come nome del Vietnam. Questo Sud non si mantenne però “pacificato” e dal 687 al 820 scoppiarono quattro successivi moti insurrezionali che furono ogni volta stroncati fino a che nel 931 Ngo Quyen assunse la guida del movimento nazionale.Nel 938, riportò una decisiva vittoria sui Cinesi nello scontro navale alla foce del Bach Dang che sfocia nella Baia di Halong dove i Vietnamiti distrussero la flotta degli Nan Han ricorrendo ad uno stratagemma che tre secoli e mezzo più tardi venne nuovamente utilizzato per affondare la flotta dei Mongoli di Qubilai Khan. Dei tronchi con un puntale in ferro vennero piantati sul fondo del fiume e quando furono coperti dall’alta marea una flottiglia vietnamita mosse a provocare le navi cinesi inducendole all’inseguimento sul corso del fiume. Mentre la marea iniziava a calare i Vietnamiti contrattaccarono e costrinsero le navi a ripiegare verso il mare aperto ma giunte alla foce queste finirono sui puntali dei tronchi, molte colarono a fondo le altre vennero conquistate dalle truppe vietnamite che attaccavano anche da terra . Un anno dopo, nel 939, Ngo Quyen si proclama re e installa la capitale nel sito della antica Co Loa. Dal 111 a.C. sono trascorsi 1050 anni e rinasce uno stato vietnamita indipendente.

Lo Stato feudale: le dinastie Ly e Tran ( 939 – 1407 )

Indipendenza non significa pace e la minaccia di un ritorno delle armate imperiali è sempre presente. Dinh Bo Linh nel 968 si proclama re e abbandona Co-loa trasferendo la capitale a Hoa Lu nel massiccio montuoso del Truong-son, un sito molto meno esposto ad eventuali attacchi dal Nord. Il Paese prende il nome di Dai Co Viet, il “Grande e Glorioso Paese dei Viet”. Dinh Bo Linh muore nel 979 e sale al trono Le Dai Hanh, che respinge un attacco cinese e risponde anche ad un tentativo di invasione condotto da Sud dai Cham. Alla sua morte sale al trono, nel 1009, Ly Thai-to il capostipite della dinastia dei Ly.

Per duecentosedici anni la dinastia Ly resse le sorti del Paese costruendo le basi della nuova autorità monarchica, consolidando le istituzioni, rafforzando l’esercito e ponendo le basi economiche per un successivo sviluppo. Nel 1010 decise di abbandonare Hoa Lu e trasferire la capitale nel sito della attuale Hanoi, ritornando presso il luogo della antica cittadella di Co Loa, ultima capitale indipendente del regno di Au-Lac. Interpretando la visione avute dalla giunca che lo portava sulle acque del Fiume Rosso diede alla nuova capitale il nome di Thang-long, (città del) “Dragone che si leva in volo”.

Nel 1054, il suo successore Ly Thanh-tong diede al Paese un nuovo nome: Dai Viet, il “Grande Paese dei Viet”, e il nome restò tale fino al 1802 quando divenne quello che oggi noi conosciamo: Vietnam, il “Paese del Sud dei Viet”. Tutta la terra apparteneva al sovrano che poteva concederne parte in appannaggio ai nobili, agli alti dignitari e al potente clero buddhista. La maggior parte dei terreni agricoli era in ogni caso affidata ai comuni, ai villaggi che la ripartivano fra gli abitanti che dovevano pagare una imposta ed erano inoltre tenuti a prestare la loro opera gratuitamente per la realizzazione delle grandi opere pubbliche e principalmente dei canali di irrigazione e delle dighe costiere e di quelle sul Fiume Rosso e sui suoi affluenti. Il re doveva sovraintendere alla realizzazione ed alla manutenzione di tutte queste opere il cui scopo era quello di sviluppare l’agricoltura, la base economica indispensabile allo Stato per consolidarsi e sostenere il costo di un esercito permanente nel quale erano arruolati tutti gli uomini dai 18 ai 60 anni. Erano soldati ma restavano contadini. Dopo un periodo di addestramento tornavano ai loro villaggi dai quali venivano periodicamente richiamati per brevi periodi sotto le armi ed anche durante il periodo di servizio nelle guarnigioni provinciali i militari si davano il cambio con gli uomini che erano tornati alla cura dei campi, in modo tale che fosse sempre assicurata la difesa della nazione ed il ciclo dei lavori agricoli non subisse alcuna interruzione . La popolazione cresceva e si cercavano nuovi spazi. Già agli inizi del XI secolo il destino del popolo Viet si volgeva a meridione ed ebbe inizio la Nam tien, la “discesa verso il Sud”, occupando le terre del regno del Champa. Fu comunque un lungo periodo di pace e di espansione economica e nel corso di questi anni i Ly consolidarono lo Stato rafforzando la burocrazia con l’istituzione di concorsi “letterari” per selezionare i mandarini. La capitale Thang-long si arricchì di sontuosi edifici e in tutta la valle del Fiume Rosso fiorirono monasteri e pagode buddhiste. All’apogeo fece seguito una rapida e rovinosa decadenza della dinastia. I sovrani avevano cominciato a trascurare sempre più il mantenimento in efficienza del sistema di dighe e canali e la prima drammatica conseguenza fu il tracollo dell’agricoltura. Cattivi raccolti e carestie, spopolamento delle campagne e banditismo ne furono le immediate conseguenze ed il potere passò alla famiglia dei Tran. Nel 1226 salì al trono Tran Thai-tong che regnò per 32 anni e risanò lo Stato. Stava però addensandosi sul Dai Viet un nuovo grande pericolo.

Nel 1215 Gengis Khan aveva conquistato e distrutto Pechino stendendo le mani su tutta la Cina. I suoi successori Ogodei e Mongke completarono la sua opera ed infine nel 1279 Qubilai Khan, il “Grande Cane” di Marco Polo, divenne padrone di tutto l’Impero e fondò la dinastia mongola degli Yuan. Riguardo al Dai Viet la strategia di Qubilai era chiara: voleva poterlo attraversare per occupare il Champa che doveva diventare una grande base navale di partenza per muovere alla conquista dei ricchi regni insulari di Giava e Sumatra e per poter controllare le vie marittime del ricchissimo commercio delle spezie. I Tran, nel timore che l’esercito mongolo non si limitasse ad attraversare il paese ma ne approfittasse per restaurare il dominio imperiale, negarono il transito. Qubilai nel 1283 tentò una manovra aggirante inviando via mare un corpo di spedizione comandato dal generale Sogetu ad occupare il Champa. L’esercito cham si ritirò sulle montagne lasciando a Sogetu la capitale Vijaya e tutte le città costiere ma colpendolo con incessanti attacchi che posero in grave difficoltà un esercito che doveva affrontare anche un caldo clima tropicale cui i soldati non erano abituati e che inoltre scarseggiava di cibo. Una flotta inviata con rifornimenti e rinforzi fece naufragio e Sogetu si vide quindi costretto a ripiegare a settentrione verso la frontiera vietnamita, per cui divenne scelta obbligata per Qubilai forzare il passaggio a Nord invadendo il Dai Viet ed affidò al figlio Toghan il comando della spedizione. Nell’inverno del 1284 l’esercito mongolo passò la frontiera e Tran Hung-dao che aveva assunto il comando delle truppe vietnamite ordinò una ritirata generale`. I Mongoli si impadronirono di Thang-long lasciata deserta dalla corte e da gran parte della popolazione. Iniziò una guerra di logoramento condotta dai vietnamiti con rapide azioni di guerriglia e incursioni che tagliavano i collegamenti del nemico. Il migliore alleato di Tran Hung-dao si rivelò il clima che fiaccò le resistenze di un esercito cui, anche in questo caso, venivano a mancare i rifornimenti. Una rapida azione della flotta sul Fiume Rosso costrinse Toghan ad una precipitosa ritirata. L’esercito di Sogetu salito al Nord per congiungersi con le altre truppe mongole venne intercettato e distrutto e lo stesso Sogetu trovò la morte. Nell’agosto 1285 il Dai Viet poteva festeggiare la vittoria, ma la partita non era ancora chiusa. Qubilai nel 1287 affidò nuovamente al figlio Toghan il comando di un potente esercito e di una flotta di 500 giunche da guerra per liquidare il conto con il Dai Viet. Tran Hung-dao seguì nuovamente la sua strategia di ritirata di fronte ad un nemico nel pieno delle proprie forze nell’attesa che una continua guerriglia ed il tempo non ne avessero fiaccato la resistenza. Un convoglio di rifornimenti venne intercettato  sulla costa e l’esercito di Toghan fu costretto a ritirarsi. Le truppe che seguirono Toghan via terra furono decimate dagli attacchi portati dai Vietnamiti sui valichi montani. Le altre forze che si erano imbarcate sulle navi che scendevano il Fiume Rosso vennero attirate nello stesso tranello dei pali conficcati sul fondo del fiume utilizzato da Ngo Quyen nel 939. Nella battaglia svoltasi il 3 aprile 1288 vennero distrutte 100 giunche da guerra, le altre catturate e venne fatto prigioniero lo stesso comandante mongolo Omar. Risolti i problemi sulla frontiera Nord l’attenzione dei Tran cadde nuovamente verso il regno del Champa. La “discesa verso il Sud” non si poteva arrestare ma i risultati più positivi vennero questa volta portati non dalle armi ma da un “matrimonio di Stato” tra un principessa vietnamita e il re del Champa che, come dono di nozze, cedette nel 1306 ai Tran tutti i territori a nord del Colle delle Nuvole. Come già era accaduto per i loro predecessori Ly, anche i Tran ora che il regno non subiva più minacce esterne e godeva di un periodo di prosperità cominciarono a delegare i poteri e trascurare la cura dell’amministrazione perdendo progressivamente il controllo dello Stato. Nel 1400 un alto mandarino, Ho Quy Ly, depose l’inetto ultimo sovrano della dinastia e si proclamò re adottando severe misure di risanamento dello Stato.  Molti grandi proprietari terrieri, tradendo gli interessi nazionali, reagirono chiedendo l’intervento della Cina dove, nel 1368, la dinastia dei Ming aveva abbattuto i Mongoli e perseguiva una politica di penetrazione verso i mari meridionali per la quale il Dai Viet poteva rappresentare una buona base di partenza. Al finire del 1406 i Cinesi scendendo dallo Yunnan e da Lang-son con una manovra a tenaglia investirono Thang-long che venne presa e saccheggiata e nell’estate del 1407 tutto il Dai Viet era nelle loro mani. Veniva cancellata l’indipendenza, durata poco più di quattro secoli e mezzo, e si ripristinava la antica provincia imperiale del Giao-chi.

La nuova indipendenza e la dinastia Le ( 1407 – 1771 )

Il malcontento e l’opposizione al dominio cinese era estesa a tutti gli strati sociali e ne seppe trarre vantaggio il liberatore del Paese: Le Loi, una figura diventata quasi mitica nella storia del Vietnam. Era un signorotto di campagna di Lam-son, nella regione montana della provincia di Thanh-hoa, che godeva di un certo consenso popolare e che ebbe, soprattutto, l’accortezza di mettersi a fianco Nguyen Trai, grande poeta e padre della lingua vietnamita ma anche fine diplomatico e accorto stratega. Le Loi prese le armi nel 1418 ed iniziò a martellare le posizioni cinesi con incessanti azioni di guerriglia. Respingendo ogni proposta di accordo con i Ming portò la sua azione verso il popoloso Sud del Thanh-hoa da cui mosse per liberare tutta la regione meridionale e nel 1426 fu pronto per attaccare il grosso delle forze cinese attestate intorno alla capitale. Abile nella tattica della guerriglia e dei rapidi colpi di mano, sfruttò nel modo migliore l’appoggio di tutta la popolazione che gli assicurava anche un forte reclutamento di uomini. Costrinse i Cinesi alla difensiva e li assediò in Thanh-long costringendoli poi alla resa. Le Loi, assunto il nome di Le Thai-to, entrò nella capitale, la vecchia Thang-long il cui nome era stato mutato dagli ultimi Tran nel 1397 in Dong-do, la “Capitale dell’ Est”. Le Thai-to, pur conservandone il significato di Capitale dell’Est, lo cambiò nuovamente nel 1430 in Dong-kinh, da cui i Portoghesi trassero Tonkin che divenne in seguito il Tonchino che noi conosciamo. Le Loi avviò una profonda riforma agraria, che venne poi estesa e portata a compimento dal suo successore Le Thanh-tong nel 1477, ponendo così le basi per la ricostruzione del paese la cui economia era stata distrutta da venti anni di occupazione cinese e da dieci anni di guerra. I Le potenziarono l’esercito e ne fecero lo strumento attraverso il quale ridussero all’obbedienza le turbolente tribù montane dei Tay e dei Thai, poi, inflissero una pesante sconfitta ai Cham e ne occuparono la capitale Vijaya nel 1471 annettendosi la provincia di Quang-nam e smembrando ciò che restava del Champa in tre principati vassalli. Subito dopo, nel 1479, Le Thanh-tong proseguì la politica espansionistica dirigendosi ad Ovest e sottomettendo le tribù del versante occidentale della Catena annamitica. Sconfisse poi l’esercito laotiano e occupò la capitale Luang Prabang da cui si ritirò solo dopo averla saccheggiata e imposto un pesante tributo. E’ l’apogeo della potenza del Dai Viet e della dinastia Le. E’ anche il periodo della massima prosperità economica e del trionfo delle arti delle quali è mecenate lo stesso Le Thanh-tong che muore nel 1497 senza che i suoi successori ne sappiano però continuare l’opera. Agli inizi del XVI secolo infatti anche questa dinastia precipitò in una grave e irreversibile fase di decadenza e fecero seguito feroci lotte interne per il potere. Da questo secolo di guerra civile emergeva la famiglia dei Trinh che avevano formalmente restaurato la dinastia Le, ma che in realtà erano i reali detentori del potere nella capitale e nel Nord del paese. A meridione, in quello che geograficamente è il centro del Viet Nam, aveva invece raggiunto una posizione di assoluto predominio la famiglia Nguyen che, anch’essa, formalmente riconosceva i Le come sovrani del Dai Viet ma che si riteneva sovrana nel governo delle sue terre. Il Dai Viet era quindi spartito fra due clan rivali che inevitabilmente dovevano giungere ad uno scontro per il potere.

Tra il 1627 ed il 1672 le due famiglie si affrontarono in sette successive campagne militari. Tutte queste guerre furono inutili e nessuno dei due contendenti realizzò alcuna conquista territoriale e si giunse ad un armistizio che restò operante fino al 1774. I Trinh, bloccati sulla frontiera Sud, cercarono di espandersi ad Occidente ed inviarono un corpo di spedizione in Laos per appoggiare uno dei pretendenti al trono e  impossessatisi di Luang Prabang nel 1707 ottennero dal nuovo sovrano il riconoscimento del protettorato vietnamita e l’impegno a versare un tributo di “quattrocento lingotti d’ argento, dieci elefanti, dieci paia di zanne e dieci corni di rinoceronte”. Nel Sud, gli Nguyen procedettero alla progressiva liquidazione di quanto restava dell’antico regno Champa e giunsero alle pianure che si estendono fino al delta del Mekong. Erano territori che facevano parte del regno di Cambogia che nel XVII secolo era ormai precipitato in una profonda crisi economica e di potere, lacerato da continue lotte dinastiche e minacciato ad occidente dalla aggressiva politica dei Siamesi. Gli Nguyen appoggiando ora una ora l’altra delle fazioni in lotta e sfruttando la debolezza militare dei cambogiani occuparono progressivamente tutta la regione del delta del Mekong e, annettendosi nel 1708 la provincia di Ha-tien, giunsero alle coste del Golfo del Siam. Era la conclusione di Nam tien, la “discesa verso il Sud”, iniziata nel 1044 dal re Ly Thai-tong.

Gli Nguyen introdussero nella storia del Paese un fattore che nei secoli successivi si sarebbe rivelato tristemente determinante nelle vicende del popolo vietnamita: l’apertura all’Occidente. Sin dal 1540 i Portoghesi avevano iniziato a commerciare con le regioni centro-meridionali del Viet Nam, che avevano chiamato Cauchichina, da cui i Francesi trassero Cochinchine, la nostra Cocincina. Il loro porto di Faifo, oggi Hoi An presso Danang, si aprì in seguito anche a navi olandesi ed inglesi. Questi primi rapporti commerciali non ebbero un grande sviluppo ma consentirono di impiantare, nel 1615, una prima fonderia di cannoni nei pressi di Hué e aprirono la porta ai primi missionari cattolici la cui presenza alla fine del XVIII secolo ebbe grande importanza per le vicende della famiglia Nguyen. Per tutto il Viet Nam ebbe una importanza eccezionale già a partire dal 1627 quando sbarcò il gesuita francese Alessandro da Rodi. Fu lui infatti l’autore del Dictionarium annamiticum, lusitanum et latinum, stampato nel 1651 a Roma, con il quale per la prima volta la lingua vietnamita che sino ad allora impiegava gli ideogrammi cinesi venne trascritta in alfabeto latino.

I Tay Son e l’ avvento della dinastia Nguyen ( 1771 – 1858 )

Il lungo periodo di tregua delle armi fra i Trinh e gli Nguyen si concluse in modo drammatico per entrambe le famiglie che, non ostante la pace, videro nella seconda metà del XVIII le loro signorie entrare in una profonda e drammatica crisi. Al Nord, i Trinh non erano stati capaci di risanare l’economia e negli anni ’70 e ’80 le carestie si susseguirono seguite dalle inevitabili rivolte dei contadini. Analogamente nel Sud gli Nguyen si dimostravano incapaci di arrestare la crisi del settore agricolo. In questa situazione, oggettivamente esplosiva, il malcontento popolare trovò una guida nei tre fratelli Nguyen, di nome Nhac, Lu e Hue; da non confondere con i signori Nguyen, e che perciò vennero chiamati “fratelli Tay Son” dal nome del loro villaggio natale, nella provincia centrale di Binh Dinh, da cui, nel 1771, mosse la loro rivolta. Dalle montagne scesero verso le pianure. I Trinh approfittarono della situazione favorevole e occuparono Hue, capitale degli Nguyen. Quasi tutta la famiglia degli Nguyen venne annientata e si salvò solo Nguyen Anh che trovò rifugio nelle regioni estreme del Delta e di qui fece leva sui suoi fedeli sopravvissuti e sui ricchi proprietari terrieri e chiese l’aiuto della monarchia siamese che, desiderosa di consolidare il proprio controllo sulla corte cambogiana di Udong e di estendere la sua influenza ad Oriente, gli fornì un esercito di 20.000 uomini e 300 vascelli da guerra. Con queste forze tentò una controffensiva ma venne duramente sconfitto da Hue, il vero genio militare dei Tay Son, e nel 1785 e dovette fuggire e trovare rifugio presso la corte di Bangkok.

Sbarazzatisi degli Nguyen, i Tay Son si rivolsero contro i Trinh e nel 1786 Hue valicò il Colle delle Nuvole ed entrò da vincitore in Dong-kinh. Il re Le Chieu-thong gli diede in sposa la propria figlia ma, nel contempo, intendeva riprendere il potere effettivo su tutta la nazione mentre i Tay Son non intendevano assolutamente cedere la guida del paese. Tradendo, anche lui, gli interessi nazionali Le Chieu-thong chiese l’aiuto dell’Impero cinese sul quale regnava la dinastia manciu dei Qing. Sul finire del 1788 un esercito di 200.000 uomini scese nel Dai Viet ed i Tay Son timorosi di affrontare uno scontro campale preferirono abbandonare Dong-kinh ritirandosi nella montagnosa regione di Thanh-hoa. Hue mosse poi alla riconquista di quelle terre proclamandosene re con il nome di Quang-trung. Costretto l’esercito cinese a ritirarsi all’interno delle fortificazioni della capitale vi pose l’assedio quando era ormai prossima la festività del Tet. Mentre la vigilanza dei difensori si era allentata per la festa, Quang-trung lanciò l’assalto alle fortificazioni e si impadronì della capitale costringendo l’esercito cinese ad una disastrosa ritirata. La regione del delta del Mekong era però esposto ai tentativi di riscossa di Nguyen Anh che aveva chiesto aiuto anche alla Francia. Tramite un missionario francese, Pigneau de Behaine, vescovo d’Andran, aveva inviato il proprio figlio alla corte di Luigi XVI ed aveva stipulato, nel 1787, un trattato secondo il quale in cambio di un aiuto militare per conquistare il trono avrebbe ceduto alla Francia il porto di Danang e l’isola di Poulo Condor, la libertà di evangelizzazione e di culto, il diritto di libero commercio all’interno del Paese escludendone tutte le altre nazioni europee. La Francia temporeggiò per timore di suscitare una reazione inglese, poi la monarchia venne travolta dalla Rivoluzione del 1789 ed il progetto svanì. Il vescovo Pigneau de Behaine, con l’appoggio di alcuni mercanti interessati ai traffici con il Dai Viet, non gli fece però venire meno il suo aiuto e gli fornì delle armi e degli istruttori militari. Nguyen Anh non ebbe grosse difficoltà ad impossessarsi nel 1788 di tutta la regione del Delta. Dopo aver consolidato le sue forze mosse verso il Nord e si trovò la strada aperta dalla morte di Quang-trung, nel 1792. Anche se era morto il loro capo storico, la resistenza dei Tay Son fu tuttavia ancora tenace e solo nel 1802 Nguyen Anh riuscì ad entrare in Dong-kinh dove, assumendo il nome di Gia-long, si proclamò re del Vietnam, il “Paese del Sud dei Viet”. Trasferì poi la capitale a Hué facendo costruire una sontuosa città reale avente come modello la “Città proibita” di Pechino. Morendo, nel 1820, trasmise al figlio Minh-mang un regno consolidato che poteva aprirsi ad una politica espansionista. Cosa che Minh-mang fece intervenendo a più riprese nelle vicende cambogiane e tentando anche di annettersi il paese sul quale, alla fine, il Vietnam dovette limitarsi a esercitare una tutela in accordo con la corte di Bangkok. Nel Laos, lacerato dalle divisioni interne ed oppresso dal Siam che nel 1827 si era annessa la capitale Vientiane, impose il suo protettorato sul regno di Luang Prabang e su parte delle regioni della Catena annamitica.

Thieu-tri, succeduto a Minh-mang nel 1841, si trovò a dover affrontare una pesante situazione. Dopo la sporca “Guerra dell’oppio” a seguito della quale la Cina, con il trattato di Nanchino, aveva dovuto fare ampie concessioni all’Inghilterra che aveva ottenuto Hong Kong, i Francesi si rivolsero sul Vietnam mirando a ottenere una posizione di forza che consentisse loro di riequilibrare il dominio britannico sui mari orientali. Nel 1847 vennero inviate due navi da guerra nel porto di Danang per appoggiare la richiesta di libertà di evangelizzazione in tutto il regno sollecitata dai missionari francesi. Le navi aprirono il fuoco affondando una flottiglia di giunche e, per reazione, Thieu-tri emanò un editto che prevedeva la condanna a morte per qualsiasi europeo che fosse stato trovato sul territorio nazionale. Nello stesso anno gli succedeva al trono Tu-duc che accentuò la politica di chiusura del paese respingendo ogni richiesta di apertura anche solo commerciale. Nel 1852 prendeva il potere in Francia Napoleone III che inaugurò una politica estera coloniale più aggressiva e prendendo pretesto dall’uccisione di alcuni missionari francesi e spagnoli inviò nel 1856 la nave da battaglia Catinat a bombardare Danang. In Francia  il barone Brenier, dichiarò con grande enfasi: “L’Europa, vale a dire la civiltà, è in marcia contro l’Asia che rappresenta la barbarie; essa colpisce da ogni lato queste vecchie nazioni sommerse dal dispotismo più avvilente”. Gli fecero eco gli ufficiali di marina Jaures e Fourichon, che dotati forse di scarso spirito profetico affermarono che “noi saremo accolti come liberatori da questo popolo piegato sotto le esazioni e il giogo odioso del mandarinato”. La flotta, che imbarcava un corpo di spedizione misto franco-spagnolo, si presentò nuovamente davanti a Danang ed il 1 settembre 1858 i Francesi occuparono il porto e sbarcarono le truppe: era l’inizio della guerra di conquista del Vietnam.

Il periodo coloniale ( 1858 – 1945 )

Le forze erano troppo esigue per marciare sulla capitale Hue, furono allora aperte le operazioni nel Sud dove era possibile stabilire una solida base commerciale e navale in Saigon, che venne attaccata nel febbraio 1859. La città venne occupata ma le truppe francesi si trovarono poi accerchiate ed assediate dalle forze vietnamite. Tu-duc esitò a impegnare tutte le proprie forze in un contrattacco e diede così tempo ai Francesi che con gli Inglesi trionfavano nella seconda sporca “Guerra dell’oppio” conquistando e saccheggiando Pechino, senza risparmiare neppure il celebre Palazzo d’Estate, il che fece dire a Victor Hugo: “Due banditi, la Francia e l’Inghilterra, sono entrati in una cattedrale dell’Asia”. Firmato il trattato con il quale la Cina era costretta a nuove pesanti concessioni, si resero disponibili  la flotta e le truppe che furono inviate a liberare Saigon dall’assedio. La resistenza vietnamita venne piegata e nel giugno 1862 il governo di Hué fu costretto ad autorizzare il culto cristiano e cedere alla Francia le province di Saigon, My Tho e Bien Hoa. I sentimenti popolari non erano però inclini all’accettazione e la resistenza nella campagne, guidata da letterati e da mandarini, fu accanita. Per privare gli insorti di “santuari” in un territorio sicuro, l’ammiraglio La Grandiere nel 1867 occupava ed annetteva anche le tre province sud-occidentali: tutta la Cocincina era ora una colonia francese. Nel contempo, aderendo ad una richiesta del re Norodom, la Francia aveva stabilito nel 1863 il suo protettorato sulla Cambogia con l’obiettivo di aprirsi la via fluviale del Mekong, risalendo il quale sperava di penetrare nel cuore stesso della Cina attraverso lo Yunnan aggirando così il blocco navale inglese sul Mar della Cina. L’esplorazione geografica condotta tra il 1866 e il 1868 da una spedizione di cui faceva parte il tenente di vascello Francis Garnier dimostrò che il Mekong non era navigabile e che l’unica via di accesso alla Cina continentale poteva essere il Fiume Rosso. Iniziava così la “Guerra del Tonchino”. Venne inviato nel 1882 un corpo di spedizione che, dopo aver occupato, Hanoi trovò una accanita resistenza armata. La reazione della Francia fu molto decisa e non ostante che nel luglio 1883 Tu-duc fosse morto senza lasciare eredi venne fatto sbarcare a Danang un corpo di spedizione che marciò su Hue per costringe il consiglio di reggenza ad accettare un trattato di protettorato sull’Annam e sul Tonchino. Nella corte di Hue si era formato un partito di notabili e letterati tenacemente avversi a questa ulteriore capitolazione e il reggente Ton That Thuyet organizzò la resistenza. Il giovanissimo imperatore Ham-nghi aveva preso la fuga verso le montagne e lanciò a tutta la popolazione un proclama con il quale la chiamava a sostenere la Can Vuong, “la monarchia in lotta”. Ham-nghi con a fianco il mandarino Thuyet combatté sulle regioni montagnose delle province di Quang Tri e Quang Binh fino al novembre 1888 quando  fu tradito da un capo tribù Muong che lo consegnò ai Francesi che lo deportarono in Algeria. La resistenza monarchica era stata stroncata ma l’opposizione al regime coloniale restava accanita.

Negli anni ’90 la Francia si mosse per estendere la sua influenza su tutte le aree ad Est del Mekong sulle quali il Vietnam aveva nel passato già esercitato la sua egemonia entrando così in conflitto di interessi con il Siam il quale però sotto la minaccia delle cannoniere inviate sul Chao Praya, davanti al palazzo reale di Bangkok, venne costretto a ritirarsi dal Laos, che diventò nel 1893 un protettorato francese, e dalle province occidentali della Cambogia. Il rischio di un conflitto più ampio venne scongiurato con l’accordo franco-inglese del 1896 che garantiva la indipendenza del Siam come “Stato-cuscinetto” tra l’area di influenza inglese estesa fino alla Birmania e quella francese in Indocina.

Da Hanoi, diventata la capitale della Unione indocinese, il governatore generale reggeva la Cocincina per il tramite di un governatore e i quattro protettorati di Annam, Tonchino, Cambogia e Laos attraverso dei residenti superiori francesi dai quali dipendevano i residenti, anche loro francesi, posti a capo delle singole province. Era un modello burocratico-amministrativo di puro stampo napoleonico ed infatti fu creata  una struttura ministeriale centralizzata incaricata della riscossione delle imposte e dei monopoli governativi di sale ed alcool e dell’oppio, il che era eticamente deplorabile ma di certo era estremamente lucroso per il regime coloniale.

 Il Giappone che aveva vissuto la  rivoluzione dell’era del Meiji nel 1868, che era uscito vincitore dalla guerra con la Russia nel 1905 e che si era annesso Formosa e la Corea nel 1910 induceva molti letterati e intellettuali vietnamiti ad andare a cercare a Tokyo, in quello che era chiamato Dong Du o “esodo verso l’Oriente”, la speranza che questa nuova potenza asiatica potesse portare un sostegno alla lotta contro la dominazione coloniale. La prima guerra mondiale si combatteva su campi troppo lontani perché potesse in qualche modo influire sulle vicende interne del Vietnam, dal quale comunque partirono 43.500 soldati e 40.000 operai e manovali mobilitati per il territorio metropolitano. Nel dopoguerra, le agitazioni ed i moti di protesta nelle campagne, cui ora si aggiungevano i primi scioperi nelle città, continuarono a susseguirsi ma continuarono anche ad essere repressi e molti militanti e intellettuali anticolonialisti si videro costretti all’emigrazione. Uno di questi fu Nguyen Ai Quoc, “Nguyen il patriota”, che verrà conosciuto in seguito con il nome di Ho Chi Minh. Raggiunta la Francia prima della guerra mondiale, membro del Partito socialista, nel 1920 al congresso di Tours votò per la fondazione del Partito comunista francese, dal quale venne poi inviato nel 1923 a Mosca per studiare all’Università dei Lavoratori dell’Oriente e lavorare presso il Comintern. Nel 1925 fu inviato a Canton dove reclutò degli emigranti vietnamiti per costituire Thanh Nien, “Gioventù rivoluzionaria”, che si diede una efficace organizzazione clandestina ramificata anche in Vietnam.

Nel 1930 il Quoc Dan Dang , un movimento di marcato orientamento nazionalista nato nel 1925 che reclutava i suoi aderenti principalmente tra intellettuali, studenti, piccoli funzionari e notabili di campagna e che praticava una tattica di complotti ed azioni terroristiche, suscitò un tentativo di ammutinamento della guarnigione di Yen-bay, nel  Nord-Ovest del delta del Fiume Rosso, pensando che questo potesse suscitare un moto di rivolta generalizzato. Non scoppiò nessun moto popolare e la repressione fu durissima ed il Quoc Dan Dang cessò praticamente di esistere. Nello stesso tempo Ho Chi Minh, in Hong Kong, unificava le diverse componenti comuniste e fondava il Partito comunista del Vietnam che nell’ottobre 1930 prese il nome di Dang Cong San Dong Duong, Partito comunista indocinese.

Venne la guerra. Nel 1937 i Giapponesi avevano invaso la Cina e nel 1939 occupavano l’isola di Hai-nan, che domina il golfo del Tonchino, ed ammassavano truppe sulla linea di frontiera a Lang Son. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, nel settembre 1939, il governo Daladier mise fuorilegge il Partito comunista francese e le autorità coloniali fecero altrettanto in Viet Nam arrestando molti comunisti, ma Ho Chi Minh, Phan Van Dong e Giap si salvarono prendendo la via delle montagne. Nel 1940 i Francesi accettarono la presenza delle truppe giapponesi sul territorio vietnamita e nel contempo cedettero al Regno del Siam, alleato del Giappone, i territori occidentali della Cambogia. Di fronte al pericolo per la democrazia portato dal Giappone, alleato dell’Italia fascista e della Germania nazista, Ho chi Minh fondò il Viet Nam Doc Lap Dong Minh, meglio noto come “fronte Viet Minh”, in cui a fianco dei comunisti confluivano ampi strati di popolazione di diverso orientamento politico e credo religioso. La resistenza si organizzò  ma fu solo nel 1944 che cominciò a ricevere da Americani ed Inglesi le armi e gli aiuti che gli consentirono di portare duri colpi di guerriglia contro gli occupanti. Il 2 settembre 1945, nel momento stesso in cui il governo giapponese a Tokyo firmava la resa, Ho Chi Minh proclamava ad Hanoi l’indipendenza del Vietnam ma la Francia di De Gaulle non intendeva assolutamente rinunciare al proprio dominio coloniale.

Gli ultimi 50 anni ( 1945 – 1995 )

Con lo sbarco a Saigon del generale Leclerc, nell’ottobre 1954, la Francia intendeva riaffermare i propri diritti sul Vietnam. Furono aperte trattative ma immediatamente scoppiarono incidenti, La flotta francese bombardò Haiphong e a dicembre Hanoi era diventata un campo di battaglia. Il generale Giap ritirò le sue truppe sulle montagne e iniziò la guerriglia. La guerra si propagò a tutto il Paese ma era nel Nord che i Francesi dovevano vincere per abbattere il governo di Ho Chi Minh e distruggere il suo esercito. La situazione diventò per i Francesi più difficile alla fine del 1949 quando Mao prese il potere in Cina ed inviò aiuti ed armi al Viet Minh. Fu deciso un generale ripiegamento a difesa del cosiddetto “Paese utile”, vale a dire le grandi pianure risicole, le piantagioni, le vie di comunicazione e venne creato un sistema di posti fortificati collocati nei punti strategici ma questo non fermò l’infiltrazione del Viet Minh. La Francia poteva contare su un massiccio aiuto da parte degli Stati Uniti che nel 1953 avevano sostenuto con 385 milioni di dollari il 60% delle spese della guerra, avevano inoltre inviato 25.000 tonnellate al mese di armi e munizioni ed assicuravano la copertura aerea ed i trasporti. Il generale Navarre decise allora di occupare nel novembre 1953 la valle di Dien Bien Phu creando una potente base protetta da forze aeree, da blindati e con una guarnigione di para e legionari, con l’obiettivo di bloccare la strada verso l’alto Laos e costringere Giap ad affrontare una battaglia campale nella quale la supremazia tecnica francese avrebbe avuto il sopravvento. Utilizzando 700 autocarri e un esercito di biciclette Giap aveva spostò quattro divisioni di fanteria e una di artiglieria pesante, per un totale di circa 50.000 uomini, e occupò le creste montagnose che chiudono la valle. I Vietnamiti scesero nella pianura al coperto delle trincee e il 13 marzo lanciarono l’assalto contro la prima delle postazioni esterne che proteggevano la base. Una dopo l’altra caddero tutte fino a che il 1 maggio venne lanciato l’assalto finale che si concluse alle 17 del 6 maggio quando il generale De Castries si arrese con i 10.754 soldati francesi sopravvissuti. Pochi giorni prima, il 26 aprile, si erano aperti i lavori della Conferenza di Ginevra sulla Corea e sull’Indocina ma la discussione del dossier Viet Nam iniziò solo 24 ore dopo la caduta di Dien Bien Phu. La firma degli accordi di Ginevra avvenne il 21 luglio 1954 e fu sancita la separazione del Viet Nam in due parti, all’altezza del 17° parallelo. La parte settentrionale con Hanoi come capitale restava nelle mani del Viet Minh, la parte meridionale, con Saigon capitale, in teoria era indipendente ma nei fatti si trovava sotto la tutela degli Stati Uniti che vedevano nel Sud Vietnam un baluardo contro la penetrazione del comunismo nel Sud-Est asiatico. Questa divisione del Paese avrebbe dovuto essere provvisoria in attesa di elezioni generali da svolgersi entro l’anno 1956 con le quali tutta la popolazione avrebbe dovuto esprimersi sull’assetto da dare all’ intero Paese. Queste elezioni non ebbero mai luogo.

Nel Sud, sotto la tutela americana, il potere finì nelle mani di Ngo Dinh Diem, un personaggio la cui personalità era marcata da un intransigente cattolicesimo. La famiglia di Diem deteneva il potere ed era sostenuta dai grandi proprietari terrieri delle regioni del delta del Mekong e la sola vera opposizione a Diem erano i Vietcong, o per meglio dire il Fronte Nazionale di Liberazione che si era costituito nel 1960 e sostanzialmente riproponeva il vecchio schema del Viet Minh di una alleanza comprendente forze di diversa estrazione ideologica ma fra le quali i comunisti erano egemoni. Diem stesso era il loro migliore ufficiale reclutatore convogliando su di essi le simpatie di tutti gli oppositori, anche non comunisti, al suo corrotto regime.  L’amministrazione Kennedy, preoccupata per la situazione aveva portato la presenza dei “consiglieri” militari americani a 15.000 unità ma nel 1963 esplose la protesta dei buddhisti scatenata dal divieto posto dall’arcivescovo di Hue, fratello del Presidente Diem, ai festeggiamenti del giorno anniversario della nascita del Buddha. La cerimonia degenerò in un bagno di sangue ed i paracadutisti inviati dal governo saccheggiarono le pagode. Qualche giorno più tardi il bonzo Thich Than Dong si immolò con il fuoco davanti agli obiettivi di reporter di tutto il mondo; altri bonzi lo imitarono. Ormai il credito di Diem era divenuto inesistente anche per gli Americani e il 1 novembre alcune unità dell’esercito attaccarono il palazzo presidenziale. Diem e suo fratello Nhu fuggirono ma furono catturati e uccisi per essere sostituiti con personaggi forse più credibili, l’ultimo dei quali fu Thieu. Gli Stati Uniti ormai si trovarono a essere coinvolti direttamente nelle vicende vietnamite a seguito dal cosiddetto “incidente del Golfo del Tonchino” dove il 2 e 4 agosto 1964 alcune motovedette nord-vietnamite aprirono il fuoco contro il cacciatorpediniere “Maddox”. La verità è ancora oggi avvolta nell’ombra, resta il fatto che il presidente Jonhson fece votare dal Congresso una risoluzione che lo autorizzava a “utilizzare tutti i mezzi necessari per rispondere alle aggressioni nord-vietnamite”. La prima operazione, che portava il nome di “Rolling Thunder”, fu il bombardamento di obiettivi militari e industriali a nord del 17° parallelo allo scopo di costringere il Vietnam del Nord a cessare le sue attività nel Sud e distruggere nel contempo le retrovie della guerriglia. La spirale della guerra era avviata e non erano più sufficienti i soli 20.000 “consiglieri” militari: nel marzo 1965 sbarcarono a Danang i primi contingenti delle forze di combattimento di terra che andarono aumentando fino a quasi 200.000 unità alla fine dell’anno per poi raddoppiarsi nel successivo 1966. Questo massiccio dispiego di forze e l’incontrastata superiorità aerea non servirono a intaccare la forza e incisività delle azioni dei Vietcong che potevano avvalersi di un largo appoggio da parte delle popolazioni delle campagne ed erano sostenuti dai costanti rifornimenti di armi e munizioni che scendevano dal Nord lungo la cosiddetta “Pista di Ho Chi Minh”. Anche le spettacolari azioni delle truppe aerotrasportate e degli elicotteri per individuare, accerchiare e distruggere le unità dei Vietcong non intimorirono un nemico che sapeva sfuggire eclissandosi anche nel sottosuolo dove erano state costruite autentiche cittadelle collegate da gallerie che, come a Cu Chi nel Delta, avevano anche un estensione di più di 200 chilometri. Nel 1967 gli effettivi americani impiegati in Vietnam avevano raggiunto quasi il mezzo milione di unità. Agli inizi del 1968, in occasione della festa di capodanno del Tet, i Vietcong si infiltrarono in Saigon, in Hue e in una sessantina di altri centri minori attaccando, nella notte del 29 gennaio 1968, le postazioni americane e sud-vietnamite, gli aeroporti, i depositi di carburante. L’impatto psicologico fu enorme tanto da indurre gli Stati Uniti a rivedere la loro linea di intervento e a inaugurare una strategia di “pacificazione”: Washington accettava di avviare delle discussioni preliminari con il governo della Repubblica democratica del Vietnam e nel mese di maggio iniziarono a Parigi gli incontri che sarebbero durati sino al 1973. Il 1969 è per i Vietnamiti l’anno segnato dal grande lutto per la morte il 2 settembre di Ho Chi Minh; per gli Americani invece è l’anno in cui prese corpo la politica della nuova amministrazione Nixon di riduzione dell’impegno americano, che nell’aprile di quell’anno aveva toccato la punta massima di 543.000 unità, e di “vietnamizzazione” della guerra. Nello stesso tempo, però, la guerra si estendeva alla Cambogia con i “bombardamenti segreti” delle province orientali dove i Vietcong avevano le loro basi di retrovia. L’intervento aereo era insufficiente ad arrestare l’azione dei Nord-Vietnamiti e l’amministrazione americana fece pressioni sull’opposizione interna al principe Sihanouk considerato troppo arrendevole e acquiescente alla politica di Hanoi. Nel marzo del 1970, in occasione di un viaggio a Parigi, Mosca e Pechino di Sihanouk, il parlamento cambogiano su proposta del generale Lon Nol e del principe Sirik Matak votò la decadenza della monarchia e l’istituzione della repubblica ed immediatamente dopo fu stipulato un patto di alleanza anticomunista con il Sud Vietnam in base al quale immediatamente truppe americane e sud-vietnamite entrarono nel cosiddetto “becco d’ anatra” per distruggere i santuari dei Vietcong che, comunque, si erano nel frattempo eclissati. La risposta di Hanoi non si fece attendere e forze regolari dell’esercito nord-vietnamita scesero ad occupare tutte le province settentrionali ed orientali della Cambogia. Dietro le linee nord-vietnamite si organizzarono le forze armate del Governo Reale di Unità Nazionale di Kampuchea, una coalizione fra i monarchici di Sihanouk e i comunisti di Pol Pot.

Il 23 gennaio 1973, Kissinger e Le Duc Tho firmarono “l’accordo di cessazione delle ostilità e di ristabilimento della pace in Vietnam”. Nixon annunciò che il 28 gennaio sarebbero cessate tutte le ostilità e che 60 giorni più tardi le truppe americane si sarebbero ritirate. Il Nord non era però minimamente disposto ad accettare la permanenza di Thieu al potere e la divisione del Paese. Thieu il giorno stesso della dichiarazione di Nixon sulla fine delle ostilità, il 28 gennaio 1973, aveva dichiarato che “il cessate il fuoco non significa assolutamente la cessazione della guerra”. Il cessate il fuoco non veniva rispettato da nessuna delle parti. Nel dicembre 1974 nel corso di una riunione ad Hanoi fra i dirigenti del Nord e i rappresentanti del Governo provvisorio venne decisa la ripresa dei combattimenti su larga scala e nel mese di Marzo del 1975 venne scatenata l’offensiva generale. Cadde per prima la regione degli altipiani del Tay Nguyen poi l’esercito nord-vietnamita occupò Quang Tri il 21 marzo, Hue il 26, Danang il 30 e cinque giorni dopo fu la volta di Nha Trang. L’esercito sud-vietnamita era in rotta e l’aviazione non poteva arrestare la rapida progressione delle truppe del Nord. Il 21 aprile Thieu si vide costretto alle dimissioni e fu sostituito da Tran Van Huong in un ultimo, disperato tentativo di trovare una soluzione negoziata che comunque né Hanoi né il Governo Rivoluzionario Provvisorio furono disposti a discutere. Giunti di fronte a Saigon Vietcong e Nord-vietnamiti si arrestarono per dare tempo agli ultimi diplomatici e consiglieri americani e ai più compromessi personaggi del regime di Thieu di prendere la fuga. Dalle navi portaelicotteri “Okinawa”, “Handcock” e “Midway”, iniziò una spola di 81 elicotteri che si posavano sul tetto dell’Ambasciata americana e di altri edifici governativi portando in salvo l’ambasciatore americano Martin ed i suoi ultimi collaboratori, il generale Nguyen Van Minh comandante militare di Saigon, l’irriducibile Nguyen Cao Ky e altri 5.595 alti ufficiali, dirigenti e notabili del regime di Thieu. Alle 11.30 del 30 aprile le truppe sudvietnamite deposero le armi e una colonna di carri armati T54 entrò in Saigon e occupò il palazzo presidenziale. La guerra si chiudeva con un pesantissimo tributo di distruzioni e sangue: 2.313.000 Vietnamiti morti tra il 1961 ed il 1975 nei combattimenti o sotto gli oltre 14 milioni di tonnellate di bombe cadute sul Paese. Anche il debito di sangue pagato dagli Americani fu elevato: caddero più di 58.000 soldati. Ufficialmente iniziava la pace ma non si erano ancora spenti i venti di guerra.

Il 17 aprile era finita la guerra in Cambogia con la vittoria dei Khmer rossi di Pol Pot. Era stata una guerra parallela ma i rapporti fra i due movimenti di liberazione erano venuti progressivamente deteriorandosi man mano che cresceva il dissidio tra Cina e Unione Sovietica, accelerato dalla strategia del “tripolarismo” portata avanti da Nixon e Kissinger. Pol Pot e parte del gruppo dirigente erano rigidamente allineati sulle posizioni radicali emerse in Cina con la “rivoluzione culturale” ed erano quindi guardati con sospetto dai Vietnamiti che si mantenevano su una posizione filosovietica. Scoppiarono infatti immediatamente degli incidenti di frontiera per zone contese dai due Paesi sulla linea demarcata dai Francesi ai tempi della dominazione coloniale.

La tensione ai confini meridionali non impedì ai Vietnamiti di celebrare adeguatamente la vittoria e di indire, nell’aprile 1976, le elezioni generali per l’Assemblea nazionale unica che nella sua prima seduta elesse Pham Van Dong Primo ministro e decise che il nome del Paese sarebbe stato Repubblica socialista del Vietnam e che Saigon veniva ribattezzata “Città Ho Chi Minh”.

Disastrosi erano i fallimenti che stavano accumulando dall’altra parte della frontiera i Khmer rossi che con la loro feroce politica di deportazione nelle campagne e di collettivizzazione forzata stavano precipitando la Cambogia nel baratro dello sterminio per fame. Per stornare su un nemico esterno le gravi contraddizioni interne che attraversava lo stesso gruppo dirigente, che venne colpito da sanguinose “purghe” interne, Pol Pot e l’Ufficio politico dell’Angkar, la “Organizzazione” come si faceva chiamare il Partito comunista cambogiano, decisero di intensificare gli attacchi alle ricche zone risicole oltre la frontiera, nella terra chiamata Kampuchea Kraom, “Cambogia meridionale”, che un tempo era appartenuta al regno di Cambogia e che continuava ad essere abitata da una forte minoranza khmer. Attacchi che provocarono la distruzione di 121 villaggi e 100.000 ettari di colture costringendo all’esodo 257.000 persone. A queste incursione l’esercito vietnamita rispondeva con pari determinazione inoltrandosi spesso anche oltre la linea di frontiera e portando con se durante la ritirata migliaia di cambogiani che fuggivano dalla fame e dalla disperazione del regime imposto dall’Angkar. Alla deflagrazione di questo conflitto di frontiera non erano certamente estranee le pressioni esercitate su Phnom Penh dalla Cina, unico fornitore di armi ed aiuti del regime polpottista. Pechino infatti non poteva non desiderare di vedere impegnate nel Sud le migliori unità da combattimento di un esercito che allora era il sesto al mondo per potenza di fuoco, nel timore di un accerchiamento da parte dei Vietnamiti sul fronte meridionale mentre le sue forze dovevano fronteggiare l’armata sovietica sul confine settentrionale dell’Ussuri. Alcuni comandanti militari cambogiani, primo dei quali fu Hun Sen, avevano defezionato con i loro soldati passando la frontiera e costituendo un Fronte unito nazionale per la salvezza del popolo khmer che dava ad Hanoi la copertura politica per un intervento militare che ormai era già stato deciso e che si attendeva di realizzare non appena fossero maturate le condizioni. A luglio del 1978 Pechino decise la cessazione degli aiuti al Vietnam, ritirò i propri tecnici ed espulse gli studenti vietnamiti. Hanoi rispose accentuando la pressione sul milione e mezzo di cittadini di origine cinese, gli Hoa, settecentomila dei quali vivevano nel quartiere commerciale di Cholon a Saigon ed altri 200.000 nella provincia frontaliera di Quang Ninh. Cresceva il timore di un conflitto e molti iniziò un esodo che divenne poi una drammatica fuga che sfociò nella tragedia dei “boat people” respinti da ogni approdo del Sud-Est asiatico e rimandati in Vietnam o internati in campi profughi. Mentre la Cina ammassava truppe sulla frontiera settentrionale il Vietnam si muoveva alla ricerca di una tutela internazionale e, dopo l’adesione al COMECON nel mese di giugno, stipulò nel dicembre 1978 un “patto di amicizia e di reciproca assistenza” con l’ Unione sovietca, il che voleva dire una alleanza militare con tutto il Patto di Varsavia. I tempi erano ormai maturi per la guerra e l’occasione fu fornita da un violento attacco portato in quello stesso mese di dicembre dai Khmer rossi contro la regione di Tay Ninh. Il giorno di Natale, quattro colonne formate da quattro divisioni vietnamite che inquadravano 125.000 uomini appoggiati da carri T54 sovietici e da trasporti blindati entrarono in Cambogia. Alla loro testa, con compiti di ricognizione e per tranquillizzare la popolazione spiegando che scopo della guerra era abbattere il regime polpottista, procedevano i circa 20.000 uomini di Heng Samrin e Hun Sen. Le città capoluogo delle province orientali capitolarono velocemente e il 7 gennaio 1979 le truppe entrarono in una Phnom Penh disabitata che Pol Pot ed i quadri dirigenti khmer rossi avevano abbandonato precipitosamente prendendo la fuga verso i monti del Cardamomo e la frontiera thailandese dove già esistevano campi di profughi che a partire dal 1975 avevano cercato scampo al rigore polpottista fuggendo dalla Cambogia. A Phnom Penh si insediò il governo di Kampuchea Popolare che diede inizio alla ricostruzione di un Paese distrutto da cinque anni di guerra seguiti da tre anni, otto mesi e venti giorni di una spietata dittatura che aveva distrutto tutte le infrastrutture economiche. Il governo di Pechino aveva messo in guardia Hanoi chiarendo che, in caso di aggressione contro la Cambogia, non avrebbe esitato a portare aiuto al loro alleato. La Cina d’altra parte con la visita a Washington di Den Xiaoping si era assicurata anche l’assenso degli Stati Uniti nella cui strategia un conflitto sino-vietnamita avrebbe sicuramente contribuito ad arrestare la penetrazione sovietica nel Sud-Est asiatico, in ossequio alla famosa teoria del “domino” enunciata da Kissinger. Pechino decise quindi di “dare una lezione” al Vietnam e all’alba del 17 febbraio 1979 non meno di 600.000 soldati cinesi entrarono in Vietnam dalle valli di Lang Son e di Lao Cai ma dopo una breve avanzata furono arrestati dalle milizie territoriali che inflissero ai Cinesi pesanti perdite valutate in circa 25.000 uomini e 500 tra mezzi blindati e pezzi di artiglieria. Dopo quattro settimane di accaniti combattimenti Pechino ordinò il ripiegamento oltre frontiera delle sue truppe che ritirandosi fecero terra bruciata distruggendo 320 villaggi e devastando le quattro città di Lang Son, Cao Bang, Lao Cai e Cam Duong. Questo “incidente” sulla frontiera Nord non distolse i Vietnamiti dalla loro azione in Cambogia dove i circa 25.000 Khmer rossi ripiegati verso la frontiera thailandese offrivano una tenace resistenza ed avevano trovato insperati alleati fra quelli che erano stati i loro nemici di un tempo e che, come loro, trovavano una base d’appoggio e di reclutamento fra le decine e decine di migliaia di Cambogiani rifugiatisi nei campi profughi della Thailandia. Dopo i Khmer rossi di Pol Pot la forza più consistente era il Fronte nazionale di liberazione del popolo khmer, o “Khmer bianchi”, il cui leader era Son Sann e che riuniva i gruppi che avevano sostenuto il colpo di Stato di Lon Nol nel 1970 e che erano poi stati cacciati dai Khmer rossi nel 1975. La terza forza, la più esigua numericamente ma la più importante politicamente, era il Movimento di liberazione nazionale della Cambogia guidata dal principe Sihanouk che nel 1970 era stato abbattuto dagli uomini di Lon Nol e che in seguito era stato alleato dei Khmer rossi nella guerra contro il governo di Lon Nol, era diventato poi Capo dello Stato di Kampuchea Democratica e infine si era dimesso e si era ritirato nel Palazzo reale di Phnom Penh. Era una coalizione estremamente eteroclita di antichi nemici che ora dimenticavano le loro sanguinose lotte fratricide e si trovavano riuniti per combattere un atavico nemico comune: i Vietnamiti e il governo insediato a Phnom Penh. La loro natura composita assicurava un ampio arco di alleanze e di sostegni che arrivavano loro principalmente dai Paesi dell’ASEAN, dagli Stati Uniti e dalla Cina. Il Vietnam, qualificato Stato “aggressore” dovette subire i rigori di un embargo decretato dalla maggior parte delle Nazioni occidentali e poteva far conto solo sull’aiuto dei Paesi comunisti sia per sostenere la sua guerra in Cambogia sia, soprattutto, per fare fronte a una gravissima situazione interna. La riunificazione infatti si era portata dietro il pesante fardello del reinserimento di ampi strati della popolazione del Sud, la corruzione aveva preso piede anche nell’austero Nord, l’inflazione aveva raggiunto tassi a tre cifre, l’economia in generale e la produzione in particolare stagnavano. La questione cambogiana contribuiva ad aggravare la situazione per il pesante onere che derivava dagli aiuti al governo di Phnom Penh e dal mantenimento di una forte forza militare che ancora non era riuscita a eliminare il rischio di un ritorno al potere di Pol Pot e dei suoi alleati. All’inizio della stagione secca 1984-1985 Hanoi decise una offensiva generale contro i campi posti al confine thailandese, alla fine del mese di febbraio la resistenza non disponeva più di alcuna base logistica ma non era stata debellata e continuava a godere dell’appoggio del mondo occidentale e della Cina. Il Vietnam decise allora di fare un passo verso il disimpegno e, considerato che l’esercito regolare cambogiano forte di 250.000 uomini armati dai Sovietici e addestrati dai Vietnamiti stessi pareva ormai in grado di garantire la difesa del Paese, decise un piano di ritiro graduale di tutte le sue forze entro 5 anni, adeguandosi alla risoluzione 35/6 del 2 ottobre 1980 delle Nazioni Unite che prevedeva la convocazione di una conferenza di pace, l’invio di una forza di mantenimento della pace dell’ONU, il ritiro delle truppe straniere, il disarmo di tutte le fazioni e l’organizzazione di libere elezioni. Questa scelta parve quasi obbligatoria per il Vietnam che si dibatteva in una drammatica crisi economica e sociale. La morte il 10 luglio 1986 del Segretario generale Le Duan, uomo della vecchia generazione della lotta di liberazione, e l’elezione del riformista Truong Chinh facilitò un rinnovamento che trovò immediato riscontro nella risoluzione finale del VI Congresso che riconoscendo nel passato gravi errori affermava “la necessita’ di radicale riforma nelle strutture economiche e nel modo di gestione, abolendo il regime di gestione centralizzata burocratica per mettere in piedi progressivamente un’economia di mercato”. Fece seguito una legge che promuoveva gli investimenti stranieri e tutta una serie di provvedimenti che restauravano di fatto la piccola proprietà terriera e la libertà di commercio. Nel 1989, finalmente, si registrò un moderato arresto della spirale inflazionistica e per la prima volta il Paese esportò un milione e mezzo di tonnellate di riso mentre, nel mese di settembre, fu completato il ritiro delle truppe dalla Cambogia con il conseguente disgelo delle relazioni internazionali. Le difficoltà erano però ancora enormi. Nel giugno 1991 si svolsero i lavori del VII Congresso del Partito che, eletto Do Muoi Segretario generale, lanciò la politica del Doi moi, il “Rinnovamento”, il cui punto chiave nel settore economico era “lo sviluppo di un’economia di mercato a plurime componenti: di Stato, collettiva e privata per l’edificazione di una struttura industriale, agricola e di servizi aperta alla cooperazione economica con l’estero in un quadro di relazioni amichevoli con tutti i Paesi, senza distinzione di regime socio-politico”. Come prima immediata conseguenza di questa svolta nel 1992 gli investimenti stranieri in Vietnam raddoppiarono rispetto all’anno precedente. Nel 1994 gli Stati Uniti posero fine all’anacronistico embargo contro il Vietnam che avevano imposto negli anni della guerra e l’anno seguente furono ristabilite le relazioni diplomatiche fra i due Paesi ponendo ufficialmente fine ad un conflitto mai dichiarato ma ufficiosamente iniziato 45 anni prima. Neppure un mese dopo il Vietnam entrava ufficialmente nell’ASEAN.

Quanto è avvenuto dopo è cronaca e ancora non è diventato storia.

Il regno del Champa

Nella loro “discesa verso il Sud” i Vietnamiti incontrarono un fermo e deciso avversario nel popolo dei Cham, padroni delle terre che da nord di Hué si estendevano fino alle pianure che aprono la via verso il delta del Mekong.

Gli annali cinesi iniziano a parlare dei Cham nel II secolo quando il dominio degli Han si estendeva fino alla regione di Hué. Nel 192 d.C. un capo tribù, di nome Sri-Mara, guidò una rivolta contro gli occupanti e si proclamò re del regno che i Cinesi chiamarono poi Lin-Yi. Era un regno molto ricco, come raccontala “Etnografia dei popoli stranieri alla Cina”, di Ma Duan-lin: “Questo Paese ha un clima caldo tutto l’anno: mai gelate o neve. Racchiude numerose ricchezze minerarie e forestali. Le montagne hanno miniere d’oro, il cui minerale è di colore rosso. L’oro che si forma in tali miniere produce nella notte bagliori che assomigliano a quelli delle lucciole. Si raccolgono nel Lin Yi gusci di tartaruga, conchiglie che servono da monete e i fiori del jibei (pianta del cotone) che quando sono maturi forniscono filamenti fini e bianchi quanto la lanugine dell’oca. Li si filano e si fanno bellissime stoffe che possono essere tinte di tutti i colori. Il profumo jinshui lo si estrae da un legno che gli indigeni spaccano, accatastano e lasciano marcire all’umidità durante lunghi anni fino a che restano intatti solo il cuore e i nodi.”

 Dalle foreste i Cham traevano cardamomo, canfora, cera d’api, legno di ebano e vi catturavano elefanti, rinoceronti, pavoni e pappagalli molto ricercati per il loro ricco piumaggio. Queste e altre ricchezze del Paese attirarono, da sempre, le brame dei popoli confinanti. A nord, furono i Cinesi che partivano dal Giao-chi per condurre reiterate incursioni dalle quali traevano ricchi bottini ed imponevano tributi senza comunque mai riuscire a piegare i Cham e a sottometterli. A sud, dopo il X secolo fu l’Impero khmer che stese le sue brame di conquista verso queste terre. Più di trecento anni durò questo conflitto e più volte gli eserciti khmer invasero il Champa, ne conquistarono la capitale, imposero tributi e consegna di ostaggi ma sempre i Cham tornarono a impugnare le armi e a portare guerra al grande impero. Fu anzi il solo popolo che riuscì ad infliggere ai Khmer l’umiliazione della conquista e del saccheggio della capitale Angkor nel periodo del suo massimo fulgore. L’impresa fu condotta nel 1177 da una flotta che scese il Mar della Cina, risalì il Mekong fino al Grande lago e penetrò nella città con una manovra tanto audace da lasciare attoniti gli stessi Khmer che ne commemorarono le vicende in una stele nel tempio di Pimeanakas in Angkor.

Un popolo di guerrieri, quindi, ma anche di raffinati artisti come restano a testimoniare i grandiosi resti della loro architettura religiosa in My Son e nelle loro antiche capitali. Una architettura che, anche se meno grandiosa, non appare di certo inferiore per raffinatezza stilistica e ricchezza delle decorazioni alle coeve costruzioni khmer. Intorno all’anno 400 il re Bhadravarman dedicando a Shiva un tempio nel cerchio montagnoso di My Son diede inizio alla prima dinastia di sovrani dei quali la storia tramanda precise notizie. La capitale Simhapura era inizialmente posta nella regione di Amaravati, nell’odierno sito di Tra-kieu, poco a sud di Danang. A seguito dei conflitti che opponevano i diversi clan venne successivamente spostata fino all’estremo sud di Panduranga, oggi Phan-rang, quindi a Kauthara, l’attuale Nha-trang. Nel 875 il re Indravarman decise di riportare la capitale verso il primitivo sito del Nord e fondò la nuova città di Indrapura, consacrata al culto del buddhismo a cui il sovrano si era convertito. Da questo momento le vicende del regno del Champa iniziano ad intrecciarsi con la storia dei Viet. Per i Cham erano pratica corrente le rapide guerre di razzia e le incursioni piratesche e le città e le campagne vienamite poste immediatamente a settentrione della “porta di Annam” ne erano il bersaglio. Raggiunta l’indipendenza i Vietnamiti iniziarono a rispondere con contrattacchi e spedizioni punitive di cui la più importante venne condotta da Le Dai Hanh nel 982 che conquistò e saccheggiò Indrapura. I Cham allora riportarono la loro capitale duecentocinquanta chilometri circa più a sud, presso Qui-nhon, fondando la loro “città della vittoria”, Vijaya, che si trovava ad essere anche nel punto centrale degli importanti traffici marittimi tra il Nord e il Sud dell’Oriente asiatico. Sino a quel momento i Cham aveva conservato la loro integrità territoriale ma nel periodo della dinastia vietnamita dei Ly iniziarono a sentire la pressione della “discesa verso il Sud” e persero i loro primi territori settentrionali. Subirono poi la terribile minaccia portata dai Mongoli di Qubilai Khan che intendevano utilizzare la loro posizione strategica nel Mare dell’ Est e volevano sfruttare la loro maestria di naviganti per imporre il dominio della dinastia Yuan sui mari. In questa circostanza salvarono la loro indipendenza grazie anche all’indiretto aiuto portato dalle vittorie dei Vietnamiti ma questa temporanea comunanza di interessi non spense la reciproca animosità e diffidenza tanto che quasi tutta la seconda metà del XIV secolo trascorse tra reciproci attacchi e conseguenti spedizioni di rappresaglia che portarono solo distruzione nei due campi senza alcun beneficio territoriale. Quando i Ming  imposero il loro effimero dominio sul Dai Viet il confine Nord del Champa restava fissato al Colle delle Nuvole. Dopo che il Dai Viet  riconquistò l’indipendenza e salì al trono la dinastia dei Le, ebbe inizio il tracollo del regno del Champa. Come risposta ad una incursione cham, il re Le Than-thong nel 1471 scese con un esercito di 250.000 uomini, sconfisse i Cham in una battaglia campale, pose l’assedio alla capitale Vijaya e la conquistò radendola poi al suolo. Il Dai Viet estese il proprio dominio su tutta la provincia di Quang-nam e il restante territorio venne diviso in tre principati tributari. L’antico regno sopravviveva ormai solo nella zona di Nha-trang e di Phan-rang senza tuttavia che lo spirito dei Cham fosse domo ed ancora tentarono, agli inizi del XVI secolo, di riconquistare i territori perduti ma ormai non erano più in grado di andare oltre a eroici ma vani tentativi. La loro agonia venne accellerata dall’affermarsi agli inizi del XVII secolo della signoria degli Nguyen nel centro del paese. I Cham, che nel tempo si erano in massa convertiti all’Islam, abbandonarono le loro terre di origine e si dispersero nella regione del delta del Mekong mentr un consistente gruppo migrò verso la Cambogia dove una grande provincia, Kompong Cham, porta il loro nome: “Imbarcadero dei Cham”.

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