La Rivista Indocinese | Storia della Thailandia
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STORIA DELLA THAILANDIA

Il periodo preistorico

In Thailandia sono state ritrovate preziose tracce di insediamenti umani risalenti a circa 4.000 anni prima di Cristo e, forse, anche a periodi più antichi.

Nel sito di Ban Kao, presso Kanchanaburi, sono stati trovati numerosi reperti, vasellame ed utensili in pietra, risalenti al neolitico. Molto più importanti sono le scoperte fatte a Ban Chang, presso Udon Thani, dove sono tornate alla luce molte sepolture ed è stato ritrovato vasellame e oggetti in bronzo ed in ferro. La datazione al carbonio 14 consente di collocare alcuni di questi oggetti al periodo che va dal 3.500 al 3.000 avanti Cristo il che significa che l’Età del Bronzo in Thailandia è contemporanea a quella della Mesopotamia (attuale Iraq) ed è quindi più antica di quella comparsa in Europa. Estremamente raffinato è il vasellame, con stupendi disegni a spirale in nero e in rosso, che veniva collocato nelle sepolture come offerta ai defunti. Questo culto dei morti, l’abile uso della ceramica, la lavorazione del bronzo prima e del ferro poi testimoniano l’esistenza di una civiltà già molto evoluta agli inizi del terzo millennio prima di Cristo. Sfortunatamente però non abbiamo alcun indizio sulle origini di queste popolazioni né resta traccia di loro dopo il terzo secolo prima di Cristo.

Il periodo antico (III secolo a. C. – XII secolo d.C.)

Per molti secoli abbiamo solo poche notizie sulle popolazioni che vivevano nella regione che oggi è la Thailandia. Si tratta di riferimenti indiretti come quello delle cronache buddhiste di Sri Lanka, il Mahavamsa, che narrano che il grande re buddhista Asoka, che regnò in India dal 264 al 226 a.C., mandò degli ambasciatori in un paese chiamato Suvannabhumi, il “Paese dell’Oro”, che potrebbe corrispondere alla Thailandia odierna. Sappiamo d’altra parte che i mercanti indiani che viaggiavano via terra verso Oriente dalla Birmania attraversavano il Passo delle Tre Pagode e scendevano verso la vallata del fiume di Kanchanaburi da cui raggiungevano il delta del Chao Praya per proseguire verso il Mekong attraversando l’Issan e seguendo il corso del Mun. Sicuramente esistevano quindi dei centri abitati anche di una certa importanza ma noi sfortunatamente non ne abbiamo alcuna notizia molto probabilmente perché tutta la loro architettura era in legno e per la scrittura usavano materiali molto deperibili come le foglie di palma e le pelli di animali.

Cominciamo a trovare tracce più precise a partire dal V secolo dopo Cristo quando in questa regione si sono già insediati i Mon che, probabilmente, originari della regione dell’Orissa in India si erano spostati verso Est insediandosi nella Bassa Birmania dove fondarono la città di Thaton che presto divenne uno dei luoghi più sacri del buddhismo Theravada essendo il luogo in cui nacque e morì Buddhaghosa, considerato il padre del buddhismo singalese. Da Thaton i Mon si spinsero fino nella vallata del Chao Praya e sicuramente a loro si deve la costruzione degli antichissimi insediamenti di Phra Pathom, di Pong Tuk e, più lontano verso Oriente, di Si Tep.

Questa è sicuramente la più antica testimonianza lasciata dal regno di Dvaravati di cui poco sappiamo se non che era una delle culle del buddhismo Theraveda dell’antichità mentre nella regione di Si Tep era invece praticato il culto vishnuista.

Qualche notizia su Dvaravati viene data da Hiuan-zang, un viaggiatore cinese del VII secolo che parla di una città che lui chiama To-lo-po-ti e che potrebbe corrispondere all’antica Lopburi o Lavo e potrebbe essere proprio da Lavo che sia partita la regina Chammadevi che risalendo il corso del Chao Praya e spostandosi a Nord fondò la città di Haripunjaya, oggi conosciuta con il nome di Lamphun.

Il regno di Lavo fu l’erede di Dvaravati, conservandone la fede buddhista e la cultura Mon, e le cronache imperiali cinesi della “Storia dei Song” ne fanno ancora menzione nell’anno 1001 come di uno stato indipendente. Pochi anni dopo cadde però sotto la dominazione khmer quando il re Suryavarman I estese l’Impero di Angkor a tutto il bacino del Chao Praya avendo Sukhothai come estrema cittadella settentrionale mentre nel bacino del Mekong il dominio khmer si estendeva fino a Chieng Sen. Da questo momento le iscrizioni khmer ci forniscono informazioni più precise e sappiamo così che intorno al 1022/1025, accanto a brahmani induisti che praticavano lo yoga, si trovavano il Lavo molti monaci buddhisti del Theravada ed anche dei monaci seguaci del Mahayana confermando così che anche sotto la dominazione khmer il buddhismo continuò a conservare il ruolo predominante che aveva avuto durante il periodo di Dvaravati.

Intorno al 1150, alla fine del regno di Suryavarman II il costruttore di Angkor Vat, Adityaraja re di Haripunjaya, cui si deve la costruzione del Vat Ku Kut, tentò di impadronirsi di Lopburi che era ormai da tempo una provincia dell’Impero khmer. Venne però respinto e fu costretto a ripiegare verso Nord dove comunque conservò l’indipendenza di Haripunjaya ai margini settentrionali dell’Impero khmer tenendo in vita la ricca cultura mon ed il buddhismo Theraveda.

La cultura thai

Molti storici europei hanno presentato i Thai che scesero dallo Yunnan dopo il VII secolo come dei barbari che si civilizzarono solo entrando in contatto con l’Impero khmer, così come scrisse lo storico francese B.Ph. Groslier: “turbuolenti montanari, senza unità, senza scrittura, senza religione……non avevano nessuna possibilità di anche solo di fare vacillare i posti di frontiera dell’Impero khmer”. E’ un giudizio errato perché quella dei Thai non fu una invasione come quella dei Barbari che fecero crollare con le armi l’Impero romano ma fu una lenta e pacifica migrazione di nuclei familiari, clan e tribù che nel corso dei secoli scesero verso Sud e si insediarono nelle regioni di frontiera oppure penetrarono più profondamente nella vallata del Chao Praya stabilendosi nelle zone abitate dalle popolazioni Mon degli antichi regni di Dvaravati e Haripunjaya. Non erano solo dei turbolenti montanari ma erano anzi abilissimi agricoltori ed importarono una nuova tecnica di irrigazione delle risaie, che resta in vita ancora oggi. Mentre gli Khmer seguivano il sistema indiano di raccogliere le acque della stagione delle piogge in grandi riserve idriche, i Thai usarono il sistema cinese di regolare le piene dei fiumi attraverso dighe e canali. Era un sistema che richiedeva grandi lavori collettivi e quindi non erano senza unità ma possedevano un’organizzazione di tipo feudale dove i consigli di notabili e anziani amministravano i ban, le comunità di villaggio, che erano riunite in un muang che era governato da un nobile guerriero e tutti questi nobili obbedivano ad un capo supremo che era scelto da loro stessi. Non erano senza religione ma erano degli animisti che praticavano il culto dei genii e degli spiriti, chiamati phi, non diversamente dalle popolazioni khmer che in massa praticavano un analogo culto degli spiriti, chiamati neak, mentre i culti induisti di Shiva e Vishnu ed il buddhismo Mahayana erano solo ed esclusivamente la religione dello Stato e della corte di Angkor. I Thai, al contrario, adottarono in massa il buddhismo Theraveda che divenne subito la religione di tutto il popolo senza comunque mai abbandonare il tradizionale culto dei phi. Erano senza scrittura non nel senso che non sapessero né leggere né scrivere ma, essendo ancora divisi in clan, non avevano una forma di scrittura comune che invece crearono quando nacque un regno unitario e nella celebre stele del 1292 è scritto: “Prima questi caratteri di scrittura thai non esistevano. Nel 1283, Anno della Capra, il re Ram Khamhaeng mise tutto il suo impegno ed il suo cuore e inventare questi caratteri di scrittura thai ed essi esistono perché il re li ha inventati”. In realtà questi caratteri sono solo il miglioramento di una antica forma di scrittura thai che era un adattamento della scrittura khmer che a sua volta derivava dal sanscrito.

Anche se abilissimi agricoltori, i Thai erano comunque soprattutto dei guerrieri e nelle terre che occuparono alle popolazioni mon-khmer venne lasciato il ruolo di contadini, artigiani e mercanti e solo ai Thai era riservato il diritto di portare le armi per cui il termine “uomini thai” venne a significare “uomini liberi”.

I primi regni thai: da Sukhothai ad Ayuthaya (XIII – XIV secolo)

Nel XI secolo gli Khmer avevano sottomesso la regione di Lavo e nel XII secolo estesero il loro dominio fino ai confini del regno di Haripunjaya occupando regioni in cui si erano già insediati molti Thai. La città di Sukhothai era il capoluogo di questa ricca e fertilissima regione e versava un forte tributo alla capitale Angkor. Dopo la morte del grande Imperatore Jayavarman VII, nel 1219, la forza dell’impero cominciò a declinare senza però che diminuissero i pesanti tributi imposti alle province. Nel 1238 due principi thai si ribellarono cacciando il governatore khmer ed uno dei due principi si proclamò re con il nome di Indraditya, in lingua thai Si Intradit. Questo evento storico fece nascere il celebre racconto di Phra Muang dove mitologia, magia e religione si confondono con la verità storica. Conquistata l’indipendenza e liberata dal peso del tributo da versare agli imperatori khmer, inizia l’età d’oro di Sukhothai che le vale il nome di “Alba della felicità”. Furono realizzati importanti lavori di canalizzazione delle acque per irrigare le fertili pianure e tutta la pianura venne coltivata a riso mentre la città si arricchiva di preziosi templi.

Seguendo l’esempio di Sukhothai anche Lavo reclamò la sua indipendenza e divenne un regno autonomo di cui purtroppo non conosciamo quasi nulla.

A Nord era invece da sempre indipendente il principato thai di Chiang Saen dove nel 1261 salì al trono Mengray che nell’anno successivo spostò la sua capitale a Sud in Chiang Rai ed ampliò il proprio regno conquistando Chiang Khong nel 1269 e fondando Muong Fang nel 1273 e poi sottomettendo l’antico regno mon di Haripunjaya. Nacque così il regno di Lan Na, il regno del “Milione di risaie” la cui capitale fu Chiang Mai, la “Città Nuova”, fondata nel 1296

Sukhothai, già ricca, raggiunse il massimo del suo splendore sotto il re Ram Kamhaeng, “Rama il Valoroso”, terzo figlio di Si Intradit salito al trono nel 1279 e che estese il suo regno ad Est fino alla regione di Luang Prabang ed a quella di Vientiane; si spinse poi a Sud occupando tutta le regione del delta da cui scese a sottomettere la penisola malese.

Mentre si affermava l’indipendenza dei popoli thai, in Cina i Mongoli conquistavano il potere e nel 1260 salì al trono Kubilai Khan che spinse i suoi eserciti fino a Sud. Tentò di impadronirsi del Vietnam e nel 1287 conquistò Bagan distruggendo il potente Impero birmano. Poteva rappresentare una minaccia anche per i regni thai e per questa ragione, in quello stesso anno, Mangray, Ram Kamhaeng e Ngam Muang del principato thai di Phayao stipularono un patto di alleanza dando così inizio ad un lungo periodo di pace interna.

Molti di questi avvenimenti sono narrati nella famosa stele che Ram Kamhaeng fece incidere nel 1292, lo stesso anno in cui inviò una “lettera d’oro” a Kubilai Khan come tributo e omaggio al potente imperatore che non tentò mai alcuna azione militare contro i Thai ma, anzi, favorì moltissimo lo sviluppo di intensi rapporti commerciali che iniziarono a portare dei mercanti cinesi a stabilirsi in Sukhothai. Il grande re Ram Kamhaeng morì nel 1318 e suo figlio Lo Thai non ne ereditò le doti di guerriero. Era un fervente buddhista e trascorse la sua esistenza compiendo opere di bene tanto da venire chiamato Dharmaraja, titolo che è poi rimasto a tutti i sovrani thai. Alla sua morte, nel 1347, salì al trono il figlio Li Thai che prese il nome di Maha Dharmaraja I e dichiarò che avrebbe governato il paese rispettando rigorosamente i precetti del Buddha. Questa sua pia attitudine, come era già stata quella del padre, non si conciliava con la necessità di governare con pugno di ferro un regno che era stato conquistato con le armi. Molti principati che erano stati sottomessi riconquistarono l’indipendenza. Sukhothai si arricchiva di stupendi templi e pagode ma la sua potenza militare ed economica si indeboliva sempre più, fino a che uno degli stati vassalli, Ayutthaya, estese progressivamente la sua influenza su tutta la valle del Chao Praya e si impose come nuova capitale di un nuovo regno thai.

Il regno di Ayutthaya: l’ascesa (1347 – 1487)

Secondo le fonti storiche più attendibili pare che un principe thai, proveniente da Chiang Saen si fosse stabilito a Phra Pathom dove fece sposare la propria figlia con il signore di Muong U Tong, una antica città di cui ora non restano che poche tracce nella provincia di Supan Buri. Circa nel 1347 il principe Phya U-Tong, a seguito di una epidemia di colera, abbandonò Phra Pathom e fondò una nuova città su un isola del Chao Praya alla confluenza con il fiume di Lopburi e il Pasak, chiamandola Ayutthaya in memoria di Ayodhya, la mitica capitale di Rama. Già nel 1349 Phya U-Tong condusse una spedizione contro Sukhothai e non ebbe difficoltà a sottomettere il molto religioso e poco bellicoso re Li Thai e l’anno successivo, nel 1350 si fece proclamare re con il nome di Ramathibodi I. Fu un grande re guerriero e nel 1352 decise di sfidare la potenza di Angkor assediando l’antica capitale. Nel 1353 la conquistò e depose il re khmer ponendo sul trono uno dei suoi figli che però morì dopo poco. Affidò allora il comando ad altri principi thai che si fecero però sconfiggere e cacciare dai sovrani khmer che così poterono tornare al potere nella loro antica capitale.

Il dominio di Ayutthaya si estese però verso Sud arrivando a controllare la penisola malese e la parte meridionale della Birmania nel Tenasserim trovando così uno sbocco marittimo sul Mar delle Andamane e sul Golfo del Bengala. Ramathibodi morì nel 1369 e salì al trono suo figlio Ramesuen che nel 1390 riuscì a impadronirsi temporaneamente di Chiang Mai e nel 1393 attaccò nuovamente Angkor che conquistò nel 1394. Il sovrano khmer Dhammasoka fu ucciso e salì al trono un figlio del re del Siam che dopo poco venne però  assassinato e gli Khmer riconquistarono temporaneamente la libertà. Il colpo fatale ad Angkor venne portato nel 1431 da Boromaraja II che la conquistò dopo un assedio di sette mesi. Dopo il saccheggio, l’ultimo re di Angkor, Ponea Yat, non poté fare altro che abbandonare la città e con tutta la corte reale dirigersi a Est, verso il centro della Cambogia ma i vincitori Thai non occuparono mai l’antica città, ora in rovina, e così la vegetazione ricoprì gli antichi templi.

Il solo vero avversario di Ayutthaya per il dominio della regione era Chang Mai ed il regno di Lan Na sul cui trono era salito nel 1441 un grande sovrano: Tilok, abile guerriero e protettore del buddhismo Theravada. Suo degno avversario fu Trailok, diventato re di Ayutthaya nel 1448, e che per meglio condurre la guerra a Nord arrivò a spostare temporaneamente la capitale a Phitsanulok. Non ostante la feroce guerra che condussero, entrambi furono dei grandi sovrani che seppero far crescere e prosperare i loro regni. Tilok, prima di morire nel 1487, estese il dominio del Lan Na verso Nord e verso Ovest sottomettendo molti principati Shan. Trailok, invece, consolidò il dominio a Sud e nelle regioni cambogiane ma soprattutto dedicò molte energie alla organizzazione dello Stato e della sua amministrazione fissando delle regole che restarono in vigore fino alle grandi riforme di Rama V nel XIX secolo. Si può dire che con le sue leggi, riorganizzando le province, creando un esercito nazionale, regolamentando la proprietà della terra, imponendo il lavoro obbligatorio al servizio del re, fissando precise regole per le cerimonie reali e per la vita di corte, esaltando il carattere sacro del re e della famiglia reale, Trailok seppe fare di Ayutthaya la vera discendente di Angkor come capitale di un impero che mirava a dominare su tutto il Sud-Est asiatico. Il regno di Ayutthaya controllava le fertili pianure del Chao Praya, aveva sbocchi marittimi nel Golfo del Siam e verso il Golfo del Bengala, aveva il controllo di ricche zone forestali a Est e nella penisola malese, estendeva il suo dominio fino al corso del Mekong e quindi le ricchezze si accumulavano nella sua capitale che si riempiva di ricchi templi e santuari e di lussuose residenze di principi e mercanti.

Agli inizi del XVI secolo Ayutthaya si trovò ad affrontare una nuova e importante sfida: l’arrivo degli Occidentali e i primi furono i Portoghesi.

Arrivarono mercenari, mercanti e missionari (XVI secolo)

I primi Europei che giunsero nei mari asiatici furono i Portoghesi…. e non per caso. Nel 1487 Bartolomeo Dias aveva doppiato il Capo di Buona Speranza portando la bandiera portoghese nell’ Oceano Indiano. Nel 1492 Cristoforo Colombo aveva piantato il vessillo spagnolo sul continente americano. Il 4 maggio 1493 il papa Alessandro VI, per evitare contese tra i due cattolicissimi regni, con la enciclica Coetera divise le sfere di influenza di Spagna e Portogallo. Una linea immaginaria che percorreva il globo da Nord a Sud passando sul meridiano delle Azore venne riconosciuta come ufficiale frontiera marittima fra i due imperi e al Portogallo veniva assegnato il compito di evangelizzare tutto il mondo a Oriente. Nel 1497 partiva Vasco de Gama, gli fecero seguito altri ammiragli che costruirono un impero commerciale. Il compito di consolidare le conquiste fu affidato a Alfonso de Albuquerque che il 25 luglio 1511 conquistò Malacca. Così i Portoghesi per primi si affacciarono nelle acque del Golfo del Bengala e del Golfo del Siam giungendo quindi alla corte di Ayutthaya dove il re Ramathibodi II (1491–1529) concesse loro il diritto di commerciare e di risiedere nel regno in cambio di armi e cannoni. Mercenari portoghesi parteciparono quindi alle guerre contro il Lan Na e insegnarono ai Thai a fondere i cannoni e fabbricare gli archibugi. Sul finire del XVI secolo giunsero però in questi mari anche i bastimenti olandesi seguiti poi da quelli inglesi. Erano degli eretici protestanti e quindi non riconoscevano l’autorità del Pontefice Romano e tanto meno il compito che egli aveva affidato ai Portoghesi. Si appropriarono degli scali commerciali e cacciarono i Portoghesi da Malacca e da tutti i mari del Sud-Est. Non avevano alcuna intenzione di convertire i Thai al Cristianesimo ed il loro interesse era essenzialmente commerciale. Ayutthaya oltre alle ricchezze del suo regno era anche una splendida porta aperta verso il ricchissimo mondo della Cina.

Il pericolo birmano

Dopo il crollo del grande impero di Bagan nel 1287 la Birmania era entrata in un lungo periodo di divisioni interne e lotte per il potere di cui avevano approfittato sia Ayutthaya che il Lan Na per estendere il loro dominio sul Sud del paese e su alcuni principati Shan. I Birmani sconfitti e cacciati dalla loro antica capitale trovarono finalmente una guida nel vigoroso Tabinshwehti che nel 1531 iniziò la guerra di riconquista del potere. Avvalendosi anche dell’aiuto di mercenari portoghesi nel giro di 15 anni si impossessò del regno Mon e del golfo di Mottama procurandosi un prezioso sbocco sul mare e trasferì la capitale a Bago. Tentò di espandersi a Oriente e nel 1549 portò un attacco contro Ayutthaya ma grazie soprattutto al coraggio della regina Suriyothai che si sacrificò in battaglia per salvare la vita del re Mahachakkrapat non ebbe successo e fu respinto; poi dovette far fronte a un tentativo dei Mon di riacquistare la libertà e nel 1551 morì in combattimento lasciando il trono al cognato Bayinnaung. Costui si dimostrò un brillante stratega e inflisse pesanti sconfitte agli Shan riprendendo il controllo di Inwa e di tutte le grandi pianure centrali. Spinse le sue ambizioni a Oriente fino a minacciare Luang Prabang nel Nord del Laos poi nel 1560 si impadronì di Chang Mai. Nel 1564 iniziò una lunga campagna militare contro il Siam avendo anche come obiettivo, secondo quello che hanno riportato i cronisti dell’epoca, di impadronirsi dei sette elefanti bianchi del re Mahachakkrapat che in previsione della guerra aveva, anche lui, arruolato dei mercenari portoghesi ma questo non servì ad impedire la vittoria di Bayinnaung che nel 1569, dopo un lungo assedio conquistò Ayutthaya, la saccheggiò e prese prigioniero il re Mahachahhrapat e il suo erede lasciando a Ayutthaya un governatore a lui fedele. Bayinnaung morì nel 1581 e con la sua morte si allontanò temporaneamente il pericolo birmano. L’erede al trono di Ayutthaya, Naruesan, fuggito dalla prigionia riprese il combattimento e nel 1584 il regno di Ayutthaya riconquistò l’indipendenza e subito dopo Naruesan attaccò i Birmani sul loro territorio obbligandoli ad abbandonare la stessa capitale Bago. Si spinse anche ad Est conquistando nel 1592 la nuova capitale khmer di Lovek e impose così la sua signoria su gran parte della Cambogia.

Splendore e crollo di Ayutthaya (1605 – 1767)

Naruesan fu l’ultimo grande re guerriero e le sue conquiste portarono il regno di Ayutthaya al massimo della sua potenza. Quando morì nel 1605 salì al trono suo fratello Ekatotsarot, uomo molto attento allo sviluppo economico del paese e che favorì quindi soprattutto i commerci con il mondo occidentale. Inizia così il periodo “aureo” di Ayutthaya, capitale del Regno del Siam. Era il passaggio obbligato per tutti i commerci tra l’Europa, l’India e le isole indonesiane con la Cina e l’Estremo Oriente. Giunsero altri mercanti e avventurieri occidentali: prima gli Olandesi, poi gli Inglesi ed ottennero il diritto di aprire dei depositi nella città; tutti vi vedevano l’occasione per grandi affari e, soprattutto, una “porta” aperta verso il grande Impero cinese con cui da lungo tempo il Siam intratteneva saldi rapporti commerciali. Sotto il regno di Prasattong e di suo figlio Phra Narai, tra il 1628 e il 1688, Ayutthaya visse forse la sua stagione più florida e la sua grande ricchezza venne descritta con ammirata meraviglia dai numerosi viaggiatori occidentale che in quei decenni la raggiunsero. Al centro di una fertile regione agricola e quindi densamente popolata, la città contava allora circa 150.000 abitanti che vivevano in abitazioni costruite in legno e bambù. Solo l’inaccessibile Palazzo Reale era costruito in mattoni e pietra, così come i numerosi templi che stupivano gli Occidentali per le loro decorazioni policrome e le dorature. Tutte queste ricchezze suscitavano ovviamente gli appetiti degli Europei e si scatenò una lotta feroce tra Inglesi ed Olandesi per controllare questo mercato. Gli Olandesi ebbero la meglio e per bilanciare la loro potenza il re Narai consigliato dal greco Pholkon che era diventato il suo Phra Klang, una specie di primo Ministro, si rivolse nel 1685 al Re di Francia Luigi XIV che chiese ed ottenne preziosi diritti commerciali. Giunse anche uno squadrone di soldati francesi e questo fatto provocò una sollevazione di principi e ufficiali thai che nel 1688 misero a morte Pholkon e alla morte di Phra Narai vi fu una specie di “colpo di Stato” del generale Phetracha, un conservatore tradizionalista, che chiuse il Paese ai contatti con l’Occidente. Tutto il regno di Boromakot, tra il 1733 ed il 1758, anche se era iniziato con aspre lotte per il potere trascorse poi nella pace e vide fiorire le arti e la letteratura ed il buddhismo Theraveda raggiunse le sue vette di più alta spiritualità. Nel 1758 salì al trono Ekatat, un re assai poco buddhista e molto gaudente che più che di monaci amava circondarsi di belle donne. Venne così un periodo di lento e progressivo declino che culminò con la disastrosa guerra contro il Terzo Impero birmano che era rinato e tornato a grande potenza sotto il re Alaungpaya. La guerra si concluse con la conquista, il saccheggio e la totale distruzione di Ayutthaya nel 1767 dopo un assedio durato 14 mesi.

La rinascita: da Taksin all’Era Chakri

Novantamila prigionieri e tutta la famiglia reale erano stati deportati in Birmania ma il generale Taksin riuscì a fuggire e rifugiatosi in Chanthaburi riorganizzò le forze thai e contrattaccò riuscendo a cacciare la guarnigione birmana che era stata lasciate nelle rovine di Ayutthaya. Il luogo era però indifendibile e Taksin si spostò più a Sud, lungo il Chao Praya, nel villaggio di Bangkok che nel secolo precedente era già diventato un importante centro commerciale e che era stato fortificato dai Francesi al tempo di re Narai. Taksin installò la nuova capitale sulla riva occidentale del fiume, a Thon Buri, e si mise all’opera per ricostruire il regno respingendo nel contempo nuovi attacchi dei Birmani. Affidò il comando dell’esercito a due valorosi fratelli: Chao Phya Sarasih e Chao Phya Chakri che ristabilirono il controllo thai su Chiang Mai e sul Nord del paese e occuparono gran parte della Cambogia. Chakri condusse una vittoriosa spedizione in Laos e conquistata Vientiane entrò in possesso della venerata statua del “Buddha di smeraldo”, il Phra Keo, che trasportò a Thon Buri nel 1779. Taksin fu però colto da una pericolosa forma di pazzia e sostenendo di essere diventato un bodhisattva si diede a comportamenti di incredibile crudeltà. Nel 1782 venne deposto e rinchiuso in un monastero dove trovò la morte e il 6 aprile il trono venne affidato a Chao Phya Chakri. Iniziò così la gloriosa “Era Chakri” che vive ancora con l’attuale re di Thailandia.

Chakri (1789 – 1809) prese il prestigioso nome di Ramathibodi I ma noi lo conosciamo con il nome dinastico di Rama I. La sua prima decisione fu quella di trasferire la capitale sull’altra riva del Chao Phraya nel sito dell’attuale Bangkok, “Krung Thep” per i Thailandesi, e diede inizio ai lavori di costruzione del Gran Palazzo, sontuosa residenza reale al centro della quale fece erigere la Cappella reale, il Wat Phra Keo, in cui fu posta la statua del Buddha di smeraldo. Per realizzare queste opere fece venire artigiani e artisti da tutto il paese e fece recuperare tutte le opere d’arte ed i reperti scampati alla distruzione du Ayutthaya nel desiderio di preservare il patrimonio storico e culturale del paese. Dovette anche difendere il paese dalle nuove minacce portate dai Birmani. Con una serie di audaci attacchi respinse i tentativi di re Bodopeya di invadere nuovamente il Regno del Siam e così riuscì a eliminare definitivamente ogni pericolo sulla frontiera occidentale perché, poco dopo, la Birmania si trovò costretta a fare fronte alla pericolosa minaccia che veniva dalla spinta colonialista dell’Inghilterra. Riprendendo una antica consuetudine, Rama I nominò suo fratello maha uparaja, quasi come un vice-re, instaurando una pratica che anche successivamente assicurò una regolare successione al trono.

Giunto finalmente un lungo periodo di pace, il suo successore Rama II (1809 – 1824) poté dedicarsi a consolidare le strutture del regno. Fu un grande protettore delle arti e fu lui stesso un grande poeta. Compose il poema epico Inao e la sua versione del Ramakien è considerata un capolavoro letterario. Sotto il regno di Rama III (1824 – 1851) le porte del paese si aprirono nuovamente al mondo occidentale e si iniziarono a stabilire delle relazioni diplomatiche e commerciali con molti stati esteri e furono rinsaldati i rapporti commerciali con la Cina da dove vennero le porcellane usate anche per decorare il Wat Arun.

Il re Rama IV (1851 – 1868), conosciuto anche con il nome d Mongkut, è diventato famoso per un pessimo e stupido ritratto che ne ha fatto il film americano “Anna e il Re”. Passò 27 anni della sua vita, prima di salire al trono, in un monastero buddhista e questo lo aiutò a capire bene il suo popolo ed i suoi bisogni. Uomo di cultura, studiò il pali, il latino e l’inglese e fu un valente astronomo. Stabilì dei trattati di cooperazione commerciale con Inghilterra, Francia e Stati Uniti facendo delle importanti concessioni e limitando le tasse sulle importazioni ma in questo modo riuscì a prevenire i tentativi delle potenze coloniali di impossessarsi del Regno del Siam. La sua decisione più importante, quasi rivoluzionaria, fu però quella di abrogare il monopolio di Stato sul riso che divenne così il primo prodotto di esportazione del paese.

Il figlio di Mongkut, Rama V (1868 – 1910), fu il vero padre della Thailandia moderna. Riformò il protocollo reale abolendo la “prosternazione” davanti al re, abolì progressivamente la schiavitù ed eliminò il lavoro obbligatorio al servizio del re.  Mandò i propri figli a studiare all’estero e fece venire dei consulenti stranieri che lo aiutarono a rendere moderno il paese. Fu creato un governo di dodici membri e nel 1893 venne istituito un servizio pubblico di posta e telegrafo, si posero le basi di un sistema scolastico nazionale e si iniziarono i lavori della prima linea ferroviaria. Nel 1886 fu finalmente aperto il primo ospedale in cui si praticava la medicina occidentale. Per salvare l’indipendenza del paese dovette però accettare le imposizioni di Francia e Inghilterra che volevano creare uno “Stato cuscinetto” tra i loro domini coloniali delle Indie e dell’Indocina. Fu quindi obbligato a rinunciare a favore della Francia ad ogni pretesa siamese sul Laos e sulle province occidentali della Cambogia (Battambang, Sisophon e Siem Reap) e dovete cedere all’Inghilterra le province meridionali della penisola malese.

Il regno di Wachirawut, che prese il nome di Rama VI (1910 – 1925), fu segnato dalle follie e dagli sprechi della corte reale non ostante che il mondo fosse stato sconvolto dal dramma della Prima Guerra mondiale (1914 – 1918) a cui il Regno del Siam partecipò con un piccolo corpo di spedizione. Si dice che alla Conferenza di pace di Versailles quando fu innalzata la bandiera siamese molti ironizzarono sul fatto che l’elefante bianco su fondo rosso sembrava piuttosto un topo. Questo fatto avrebbe offeso il re che allora decise di cambiare la bandiera nazionale sostituendola con quella attuale a bande rosse, bianche e blu che simboleggiano la Nazione, la Religione e la Monarchia. Drammatico fu il regno di Rama VII (1925 – 1935), re Prachathipok. Anche se numerose furono le sue realizzazioni come l’apertura dell’aeroporto di Don Muang, la instaurazione nel 1921 del “obbligo scolastico”, e la creazione del Dipartimento delle Belle Arti, della Biblioteca Nazionale e del Museo nazionale, Rama VII suscitò molte critiche per la sua gestione autoritaria del potere e i duri provvedimenti di taglio dei salari presi per fare fronte la grave crisi economica degli anni ’30 scatenarono il malcontento fra la borghersia e l’esercito e nel 1932 ci fu un colpo di Stato condotto dal Partito Popolare che era guidato da Pridi, un giurista che aveva studiato in Francia, e dal capitano Phibun. Fu approvata una nuova Costituzione nella quale si sanciva che il re “regna ma non governa” e il potere passava quindi al Parlamento e dal governo da questo espresso. Nel 1933 Pridi propose una riforma agraria ma venne accusato di “complotto comunista” e fu costretto ad andare temporaneamente in esilio per un anno. Re Rama VII decise di abdicare e si ritirò in Inghilterra dove morì nel 1941. Salì al trono un suo giovanissimo nipote, Ananda Mahidon, di 10 anni che restò a compiere i suoi studi in Svizzera mentre le sue funzioni venivano svolte da un Consiglio di reggenza ma il potere effettivo era nelle mani di Phibun che impose una sua “campagna di civilizzazione” con cui venne proibito l’uso di masticare il betel e tutti furono obbligati a vestire in pubblico alla occidentale e a portare, anche per entrare in un ospedale, scarpe e cappello. Nel 1938 il nome del paese da Regno del Siam fu cambiato in Thailandia, la terra di tutti i Thai. L’obbiettivo era di creare un grande paese thai che comprendesse anche le regioni abitate da Thai in Birmania e Laos riprendendo tutti quei territori che Rama V era stato costretto a cedere agli inizi del secolo.

Quando nel 1940 la Francia fu sconfitta dalla Germania nazista i militari thailandesi decisero di rioccupare le regioni cambogiane di Battambang, Sisophon e Siem Reap. Sconfissero il debole esercito coloniale francese e con il trattato del 9 maggio 1941 estesero i confini.

Il 7 dicembre 1941 l’esercito giapponese che era entrato in Cambogia presentò un ultimatum chiedendo di entrare in Thailandia per potere poi occupare la Birmania e la Malaysia fino a Singapore. Phibun firmò allora un trattato di alleanza con il Giappone e dichiarò guerra all’Inghilterra. Pridi e altri democratici organizzarono invece la resistenza contro i Giapponesi e fondarono il movimento dei Seri Thai, i “Thai liberi”.

Il potere di Phibun crollò con la sconfitta del Giappone e Pridi tornò alla guida del paese. Il re Ananda Mahidon, Rama VII, tornò in Thailandia nel 1945 ma solo un anno più tardi fu trovato misteriosamente morto e salì allora il trono suo fratello Bhumiphol anche esso giovanissimo e che restò a compiere i suoi studi in Svizzera fino al 1950 quando rientrò in patria e venne incoronato con il nome di Rama IX. Nel 1948 era intanto tornato al potere Phibun che decise un allineamento della Thailandia sulle posizioni Americane per combattere contro il comunismo in Asia. Nel 1950 iniziano quindi forti aiuti economici americani che diventeranno sempre più importanti man mano che si estende la guerra in Vietnam. Nel 1957 c’è un nuovo colpo di Stato e il generale Sarit prende il potere:ora sono i militari che comandano. Con la guerra in Vietnam gli Americani costruiscono sei basi aeree e in cambio concedono grossi aiuti economici che vengono usati soprattutto per sviluppare la rete stradale del paese la cui economia si sta rapidamente sviluppando. Nel 1965 muore Sarit e lo sostituisce come Primo ministro e capo della Giunta militare il generale Thanom che prosegue la sua politica fino al 1973, quando la Giunta militare deve lasciare il potere ed il paese ritorna al regime parlamentare.

Ciò che viene dopo è storia troppo recente per potere essere valutata oggettivamente.

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