La Rivista Indocinese | Storia della Cambogia
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LA STORIA DELLA CAMBOGIA

L’arrivo dei mercanti indiani (I – III secolo dopo Cristo)
Nel I e II secolo dopo Cristo tutta la regione indocinese a Sud della valle del Fiume rosso era una terra ancora semi selvaggia e arretrata sul piano sociale e tecnico. Era popolata da tribù di Mon-khmer e di protomalaisiani che non conoscevano alcuna organizzazione statale, non avevano una lingua scritta, praticavano i culti animisti ed erano ancora allo stadio dell’Età del bronzo e, nelle zone interne, del neolitico. Quelli erano però gli anni in cui da Roma si irradiava un potente flusso mercantile che, passando attraverso i porti indiani, portava nel Mediterraneo le più pregiate merci orientali, come la seta cinese e le spezie delle isole indonesiane. Per rifornire l’insaziabile mercato della Roma imperiale le navi dei mercanti indiani si spingevano ad Est, verso la Cina e le Indie orientali, sulla spinta dei monsoni che per sei mesi spiravano da Sud-Ovest. Quando iniziavano i venti contrari le navi dovevano trovare rifugio, per almeno sei mesi, in approdi sicuri e fu così che, nel Golfo del Siam, sulle coste meridionali della Cambogia e del Vietnam nacquero delle città portuali in cui si insediarono marinai, mercanti, monaci buddhisti e brahmani indiani dando inizio a una vera e propria colonizzazione disarmata di quelle terre.
L’incontro tra popolazioni autoctone e nuovi arrivati non ebbe nulla di traumatico. La gente venuta dall’India portava un enorme patrimonio di sapere tecnico soprattutto nella ingegneria idraulica. Portava una lingua scritta, il sanscrito. Portava il credo religioso brahmanico e quello buddhista. Portava una cultura e un’arte raffinata. Queste conoscenze furono facilmente assimilate dalle popolazioni locali e le unioni matrimoniali rafforzarono l’integrazione fra genti diverse ponendo le basi per la nascita di un nuova nazione.

Il Fu-nan (IV – V secolo)
Nacque così un ricco regno mercantile nei cui porti transitava tutto il traffico commerciale tra l’estremo Oriente e, passando attraverso l’India, l’Occidente mediterraneo. Nel 1942 l’archeologo L. Malleret scavò in questa zona, nel sito di Oc Eo, e tra le altre cose portò alla luce anche una moneta in oro di Antonino il Pio e una medaglia di Marco Aurelio. Noi conosciamo questo regno con il nome di Fu-nan datogli dai Cinesi che così traslitterarono la parola Bnam cioè “montagna” perché il loro re portava il titolo di “Re della montagna”. Questo “Re della montagna”, sempre secondo le fonti cinesi, era discendente di un brahmano indiano di nome Kaundinya che aveva sposato la figlia di un capo tribù locale. La capitale si chiamava Vyadhapura, sorgeva ai piedi di una collina chiamata Ba Phnom e distava 200 chilometri dal mare, Nel 357 salì al trono un principe, anche lui venuto dall’India, che prese il nome di Chan-t’an e fece atto di formale vassallaggio all’Imperatore di Cina inviando in omaggio degli elefanti addomesticati. I Cinesi parlano con stupore della ricchezza di questo regno. Gli empori erano colmi delle merci più preziose. Le case in legno erano elevate su palafitte. Costruivano imbarcazioni lunghe oltre trenta metri che potevano affrontare ogni navigazione in mare aperto. Fondevano raffinate statue in bronzo di “divinità a due o quattro volti e con anche otto braccia”, cioè di Shiva, Vishnu e Brahma. Il palazzo reale era costruito con pregiati legni aromatici e si alzava su più piani. La ricchezza cresceva con il prosperare dei traffici commerciali e toccò l’apice alla fine del V secolo quando salì al trono un re chiamato dai Cinesi Cho-ye-pa-mo che corrisponde allo khmer Jayavarman, cioè “il Protetto dalla Vittoria”. Regnò fino al 514 ma alla sua morte la ricca economia mercantile del Fu-nan era ormai in profonda crisi. In Occidente era caduto l’Impero romano e in India era crollato l’Impero Gupta. Tutto il commercio mondiale ne venne sconvolto e non arrivarono più navi nei porti del Fu-nan che dovette quindi rinunciare alla sua vocazione mercantile per trovare una nuova base economica nell’agricoltura e quindi verso l’entroterra del paese. Le città furono abbandonate e la capitale venne spostata verso Nord-Ovest, ai piedi della collina di Phnom Da, e venne chiamata Angkor Borei.

Il Cenla (612 – 798)
Intorno alla metà del IV secolo si era imposto in India l’Impero Gupta che unificando il paese distrusse tanti piccoli regni e signorie tribali. Molti khsatriya, principi e guerrieri, rimasti senza terre emigrarono nelle ricche colonie funanesi in cerca di fortuna. Non erano marinai e mercanti ma guerrieri e contadini; non si fermarono quindi nelle città della costa ma si spinsero nelle grandi pianure, fino alle montagne del Dangrek. Erano dei Kambuja, un gruppo etnico di ceppo caucasico che dagli altopiani iranici si era nei secoli spostato verso la valle dell’Indo. Il grande poema epico Mahabharata li celebra come abili cavalieri e temibili guerrieri. Non trovarono difficoltà ad imporsi sulle popolazioni autoctone fondando un regno che i Cinesi chiamarono Cenla e che copriva la parte settentrionale dell’attuale Cambogia ed era tributario del Fu-nan pur mantenendo la sua indipendenza. Nel corso del VI secolo, al progressivo indebolimento del regno mercantile del Sud corrispondeva una progressiva crescita della forza dei guerrieri del Nord. Non vi fu guerra di conquista ma una pacifica transizione da un regime di potere a un altro, sancita nella seconda metà del VI secolo da un matrimonio “di Stato”. Il principe funanese Bhavavarman sposò una principessa del Cenla che portava il benaugurate nome di Kambujarajalakshmi, vale a dire “la Fortuna dei re dei Kambuja”. Alla morte di Bhavavarman nel 598 salì al trono suo fratello Mahendravarman che ne completò l’opera lasciando in eredità al figlio Isanavarman un potente e ricco regno unitario. Costui, divenuto re nel 616, fondò in prossimità dell’attuale Kompong Thom, nel sito di Sambor Prei Kuk, una nuova capitale chiamata Isanapura che era posta al centro politico e geografico del regno. Il Cenla crebbe in prosperità e fece risorgere l’antica potenza marittima del Fu-nan divenendo con le sue flotte l’incontrastato padrone del mare. L’apogeo venne raggiunto alla fine del VII secolo quando salì al trono il re Jayavarman I sotto il cui regno la capitale giunse a essere abitata da oltre ventimila famiglie mentre nel resto del regno si contava oltre una trentina di altre città. Questo splendore scomparve con la morte di Jayavarman I che non lasciò eredi maschi. Lotte per il potere lacerarono il regno e tutta la vita sociale e economica del paese fu sconvolta. Fu guerra tra i vari clan e le spinte centrifughe ebbero il sopravvento. Il regno restò frantumato in principati e signorie in guerra fra loro. Persa l’unità, il Cenla perse anche la sua indipendenza. Il dominio dei mari era caduto in mano ai Sailendra, i signori di Giava che eressero il grandioso tempio-montagna del Borobodur consacrato al culto del Mahayana. I loro re avevano anche assunto il titolo di “Re della montagna”, già portato dai sovrani del Fu-nan, e affermavano così il loro diritto a essere i soli signori universali. Tale diritto lo esercitarono con una potente flotta che nella seconda metà del VIII secolo sbarcò sulle coste di Cambogia e sottomise tutti i principati khmer. I Giavanesi imposero dei pesanti tributi e chiesero la consegna di ostaggi. Fra gli ostaggi c’era un giovane principe che apparteneva ad una antica e potente famiglia kambuja e che passò così gli anni della sua giovinezza a Giava. Nel 798 tornò in patria, divenne capo della sua gente e si impose agli altri principi riunificando il paese. Prese il nome di Jayavarman II è fu il capostipite della dinastia di sovrani che fondarono Angkor e costruirono l’Impero khmer.

Nascita dell’Impero (802 – 1112)
Ammaestrato dalle cose apprese in Giava e avendo chiaro nella mente l’assetto del potere e la struttura economica che avrebbe dovuto avere il nuovo regno Jayavarman II scelse un luogo per fondare una nuova capitale e attuare il suo progetto. Il sito ideale lo trovò sulle rive del Grande lago le cui acque portavano fertile limo e erano una inesauribile riserva di pesce. Dal Tonle Sap si poteva navigare fino al Mekong e quindi raggiungere ogni angolo del paese, mantenendosi in una posizione sicura dalle incursioni della flotta giavanese. Sulle rive, folti boschi fornivano il legname da costruzione e per alimentare le fornaci di mattoni e tegole. Il massiccio del phnom Kulen era una inesauribile cava di pietra da costruzione e dalle sue pendici scendevano fiumi che irrigavano le pianure dolcemente degradanti verso il lago. Dopo aver posto la sua capitale in Hariharalaya, nell’anno 802 sull’alto del phnom Kulen fece consacrare il sacro linga, simbolo del dio Shiva e fece celebrare un rito ”tramite il quale il paese dei Kambuja non fosse più dipendente da Giava e che non ci fosse nel regno che un solo re che ne era l’unico sovrano”. Iniziò poi i lavori di sbarramento dei fiumi per creare dei bacini di raccolta delle acque. I suoi progetti furono poi portati a termine da suo nipote Indravarman, salito al trono nel 877, che creò Indratataka, un bacino di 3.800 metri per 500 chiuso da una diga di tre metri di altezza, alimentato dalle piogge e dalle acque di in fiume. Con tale disponibilità d’acqua si potevano ottenere almeno tre raccolti nei campi posti a valle. La gente si addensò in questa fertile zona dove il cibo era abbondante e questo, in caso di guerra, dava modo al sovrano di mobilitare immediatamente il proprio esercito mentre i nemici dovevano invece perdere tempo prezioso per raccogliere le truppe sparse dei vassalli e degli alleati. Gli Khmer inaugurarono la strategia della “guerra lampo” piombando sul nemico quando questi era ancora intento ai preparativi. Questo fu il primo dei baray, i bacini di raccolta delle acque costruiti a diga, e fu il modello dei sistemi di ingegneria idraulica che nei secoli successivi gli Khmer svilupparono fino a dimensioni grandiose aumentando così in modo esponenziale la potenza d’urto dei loro eserciti. Indravarman fece costruire il tempio dinastico di Prah Ko e il grande tempio montagna, il Bakong, su cui venne posto il sacro linga rivestito d’oro ma condusse anche numerose campagne militari con cui spinse a Nord e a Ovest i confini del regno oltre quelle che sono le frontiere attuali della Cambogia. Il figlio Yashovarman I, salito al trono nel 889, ebbe in eredità un regno tanto prospero che ormai la pianura di Hariharalaya non era più bastante per una popolazione in continua crescita. Spostò quindi l’asse della capitale 16 chilometri a Nord-Ovest e su uno spuntone roccioso alto 65 metri, il phnom Bakheng, costruì un nuovo tempio montagna ove fu posto il sacro linga. Ai piedi della collina innalzò un terrapieno a difesa della nuova capitale chiamata Yashodarapura, che è il primo nucleo della futura Angkor. La nuova città aveva bisogno di grandi riserve idriche e Yashovarman realizzò un’opera gigantesca. Fu livellata una superficie di oltre 7 chilometri per 1700 metri. Intorno venne innalzata una diga perimetrale alta 3 metri e le acque dello stung Siem Reap vi furono convogliate all’interno. Era un bacino contenente oltre 40 milioni di metri cubi d’acqua che rendevano fertili le campagne circostanti e soddisfacevano i bisogni di una città il cui perimetro era di 24 chilometri. Morto Yashovarman nel 910, scoppiò la lotta per la successione da cui uscì vincitore Jayavarman IV che però incontrò l’opposizione di molti e decise quindi di lasciare la città e fondare una nuova capitale, una settantina di chilometri a Nord-Est, sullo scosceso altopiano di Koh Ker. Furono costruiti imponenti templi e grandi baray che ne fanno ancora oggi un sito archeologico straordinario. Il suo successore Rajendravarman abbandonò però Koh Ker e nel 944 fece ritorno all’antica capitale che tutti ormai chiamavano Angkor, la “Città” per antonomasia. Rajendravarman fu il primo sovrano che portò guerra al Champa di cui conquistò e saccheggio la capitale Indrapura dando inizio a un’ostilità destinata a durare oltre tre secoli. Grande però fu anche la sua opera per arricchire la città di Angkor dove fece costruire il Mebon e il Pre Rup e promosse e incoraggiò la realizzazione di uno dei capolavori dell’arte khmer, Banteay Srei. Il figlio Jayavarman V regnò per oltre 30 anni e morì nell’anno 1001 dopo aver consolidato le conquiste. Questa nuova potenza trovò degna sede nelle terrazze e negli edifici del Palazzo reale costruito da Jayavarman V nel luogo che per tutti i 450 anni successivi ospitò poi le sontuose dimore degli imperatori khmer. Nuove lotte per il potere insanguinarono l’Impero fino a che nel 1011 non si impose Suryavarman I che detenne il potere fino al 1050. Fu un re guerriero e conquistatore conducendo le sue armi a Occidente dove sottomise tutti i principati mon della valle del Menam. Discese lungo la penisola malese poi si rivolse a Nord e risalì il corso del Mekong imponendo il dominio khmer su tutti i territori fino a Luang Prabang. Non trascurò di arricchire la capitale e completò le opere iniziate dal suo predecessore, come il Phimeanakas e il Ta Keo, ma la sua impresa maggiore fu la costruzione del Baray occidentale, un bacino idrico lungo 8 chilometri e largo oltre 2 che poteva contenere 50 milioni di metri cubi d’acqua. Il figlio, Udayadityavarman II, non ebbe la grandezza del padre ma il suo regno vide un periodo di autentico fulgore artistico con la costruzione dell’imponente tempio-montagna del Baphuon e la fioritura di un possente stile di scultura a bassorilievo che non trova eguali in tutta l’arte khmer. A periodi di splendore seguono sempre tempi oscuri l’impero, per riprendere la fase ascensionale, dovette attendere il 1113 quando con la forza prese il potere Suryavarman II.

Splendore e decadenza di Angkor (1113 – 1432)
Nel 1113 , con la forza, prese il potere Suryavarman II, forse il più bellicoso fra gli imperatori khmer, che iniziò consolidando il dominio sui principati mon e sulle tribù di Thai che erano scese dallo Yunnan cinese. Spinse poi le sue mire a Nord-Ovest iniziando una lunga stagione di guerre contro i Cham dei quali conquistò la capitale Vijaya e ne saccheggiò i templi esacerbando così l’odio fra i due popoli. La sua ambizione lo spinse oltre e tentò di sottomettere anche il Dai Viet. Condusse una prima campagna militare nel 1128 e inviò poi una flotta di 700 vascelli a devastare le coste vietnamite. Condusse un’altra spedizione nel 1138 ma non ottenne successi duraturi. Dodici anni più tardi, alla fine del suo regno, inviò a Nord un grande esercitò che venne però decimato dal freddo e dalle intemperie incontrate sulla Catena annamitica. Le guerre furono numerose ma nessuna si concluse con risultati durevoli nel tempo. Molti furono gli insuccessi e molto alto fu il prezzo umano e economico che gli Khmer pagarono. Suryavarman II non realizzò nessuna grande opera per aumentare il potenziale economico e agricolo dell’ impero ma dispiegò una prodigiosa attività per arricchire di templi la capitale e il suo nome resta incomparabile nella storia per essere stato l’ artefice del capolavoro dell’arte e della architettura khmer: Angkor Vat. La sua morte lasciò l’eredità di una situazione politica e economica difficile che il suo successore, Dharaindravarman, gestì con difficoltà e quando anche lui morì le contraddizioni esplosero in lotte per il trono che nel 1165 si risolsero a favore di un notabile che con un sanguinoso colpo di stato eliminò tutta la famiglia regnante e si impossessò del potere. Sopravvisse solo un principe che era riuscito a nascondersi in un monastero buddhista. I torbidi alla corte di Angkor incoraggiarono i Cham a prendere l’iniziativa militare. Armarono una grande flotta su cui si imbarcò l’esercito e scesero il Mar della Cina fino alle foci del Mekong. Risalirono il fiume fino all’altezza della attuale Phnom Penh. Indisturbati imboccarono il Tonle Sap entrando nel Grande lago dove sfociavano i canali che percorrevano tutto il perimetro urbano di Angkor a difesa della quale non c’erano opere difensive né guarnigioni. La sorpresa fu totale: le navi penetrarono nella città e la misero a sacco. Era il 1177. L’usurpatore, i dignitari di corte, i comandanti militari, furono tutti uccisi l’Impero venne praticamente decapitato. Per il principe che undici anni prima si era nascosto in un monastero buddhista per sfuggire all’usurpatore era giunto il tempo di impugnare nuovamente le armi. Raccolse le truppe disperse e marciò contro le guarnigioni Cham che sconfisse una dopo l’altra. Affrontò poi in battaglia navale la flotta ormeggiata nel Grande lago e la mise in fuga. Proseguì il suo inseguimento fin oltre i confini e liberò tutto il paese. Solo allora, nel 1181, prese il nome di Jayavarman VII e venne consacrato imperatore. Come prima cosa fece erigere le mura di Angkor Thom, la cittadella che proteggeva il cuore politico e religioso del paese. Tutta Angkor venne ricostruita e nuove fondazioni religiose si aggiunsero alle antiche. Grandiosa fu l’opera dispiegata per ridare vigore all’Impero le cui strutture erano esauste per decenni di malgoverno e per le distruzioni portate dall’invasione e dalla guerra di liberazione. Fece riattare i canali insabbiati e costruì un nuovo grande baray. Le strade imperiali vennero ricostruite su massicciata per renderle percorribili anche nella stagione delle piogge e lungo il percorso furono impiantate 125 “case con del fuoco”, vale a dire stazioni di posta o caravanserragli. I ponti furono costruiti in pietra e tali da poter diventare sbarramenti del corso del fiume per creare bacini di raccolta delle acque. Su tutto il territorio dell’impero, dalle pianure del delta fino al medio Laos, venne costruita una rete di 102 ospedali pubblici. Jayavarman VII si fece anche promotore di una radicale riforma religiosa. Il culto buddhista del Mahayana soppiantò la fede brahmanica e il bodhisattva Lokeshvara, il “grande compassionevole” così come appare slle torri del Bayon, assunse i tratti dello stesso sovrano divenendo il benefico protettore di tutto l’Impero khmer. Jayavarman VII morì nel 1219 ed Angkor continuò ancora a vivere per più di due secoli ma dopo di lui non fu più eretto alcun monumento in pietra. La ragione è semplice: era iniziata una conversione di massa al buddhismo Theraveda, quindi “a nuovo culto, nuovi luoghi di culto”. I nuovi luoghi di culto erano vat e pagode interamente costruiti in legno e l’opera rovinosa del tempo, le guerre, la decadenza e le distruzioni non ne hanno lasciato più traccia. Meno di 60 anni dopo la morte di Jayavarman VII giunse a Angkor una ambasceria inviata da Qubilai Khan. Ne faceva parte un letterato, di nome Ceu Ta-kuan, che lasciò una vivace e dettagliata descrizione della città nel suo resoconto “Memorie sui costumi di Cambogia”. Da queste “Memorie” appare evidente la sontuosità della città e la ricchezza dei suoi abitanti, non ostante fosse già scoppiata la guerra contro i Thai che si erano resi indipendenti e conducevano incursioni nel territorio khmer. L’impero era ancora ricco ma già si manifestavano i segni della decadenza con sovrani che trascuravano la manutenzione del sistema idrico. I canali si insabbiarono e le dighe crollarono I quattro raccolti di riso annui scesero a tre, poi a due e infine a uno solo mentre le risaie si trasformavano in pantani di acque stagnanti dove il paludismo decimava la popolazione. Gli eserciti thai divennero incontenibili e già nel 1353 espugnarono e saccheggiarono Angkor. La conquistarono nuovamente nel 1394 e nel 1431. La popolazione era ormai troppo esigua per poter mettere in campo un esercito e le difese della città non reggevano più. Nel 1432 tutta la popolazione residua lasciò Angkor e seguì il re Ponea Yat e la corte che si dirigevano a Oriente.

La spartizione della Cambogia (1432 – 1862)
Ponhea Yat pose la capitale nel sito della attuale Phnom Penh dove già esisteva una pagoda buddhista oggetto di grande devozione e dopo 47 anni sul trono abdicò. Gli succedettero i figli i cui regni furono tormentati da lotte per il potere fino a che il re Ang Chan decise nel 1529 di trasferire la capitale a Lovek, una sessantina di chilometri a Nord di Phnom Penh. Il re del Siam pretese che Ang Chan si riconoscesse come suo vassallo. Ang Chan rifiutò e fu guerra. Il figlio Reachea portò avanti il conflltto e rioccupò la regione di Angkor che venne nuovamente popolata e la città tornò ad ospitare la corte reale ma nel 1593 il re Satha dovette abbandonarla perché i Siamesi avevano messo l’assedio a Lovek che cadde l’anno successivo. Da quel momento la Cambogia perse ogni ruolo egemone nella regione a favore del regno siamese. I re khmer non trovarono allora migliore soluzione che rivolgersi a avventurieri spagnoli e portoghesi per reclutare milizie mercenarie. Il risultato fu disastroso e Udong, che dal 1620 era la nuova capitale, si trasformò in un campo di battaglia tra fazioni avverse. In Viet Nam gli Nguyen stavano estendendo il loro dominio verso Sud e ad essi si rivolse la corte di Udong sperando di trovare un protettore contro le mire dei Siamesi. Il primo prezzo fu pagato nel 1623 quando i Vietnamiti chiesero e ottennero il controllo del punto commerciale di Prei Nokor che noi oggi conosciamo con il nome di Saigon. Da questo momento la Cambogia non fu più altro che una spoglia da spartire tra gli appetiti siamesi e quelli vietnamiti. Questi ultimi progredirono nella loro spinta verso Sud e progressivamente si resero padroni di vaste zone del delta, quella terra che è chiamata ancora oggi Kampuchea kraom vale a dire “Cambogia meridionale” e che era stata la terra del regno pre-angkoriano del Fu-nan. Sul versante opposto, i Siamesi occupavano tutta la regione di Nord-Ovest e, come i Vietnamiti, imponevano alla corte di Udong il versamento di tributi mentre deportavano la popolazione per realizzare grandi lavori pubblici o per servire alle esigenze dell’esercito. Non più i re ma i dignitari detenevano ormai il potere a Udong e uno di essi, di nome Ben, non si fece scrupolo di cedere al re siamese le provincie di Siem Reap, Battambang e Sisophon e inoltre compì l’atto sacrilego di consegnarli la sacra spada di incoronazione del re, costringendo così i sovrani khmer alla umiliazione di doversi recare a Bangkok e inginocchiarsi davanti al re siamese per ottenere la loro investitura. Non meno opprimente era la presenza vietnamita. Gia Long, il capostipite della dinastia Nguyen, mise in atto un progetto di autentica colonizzazione della Cambogia. La Cambogia era diventata il terreno di scontro fra le due nuove potenze regionali. Venne la pace e i due contendenti si separarono spartendosi il poco che restava della sovranità khmer. Bangkok si annesse le province occidentali, i Vietnamiti fecero cosa analoga di quelle orientali e entrambi imposero un tributo alla corte di Udong. Nel 1848 Ang Duong salì sul trono di un paese devastato da secoli di guerre e privo di ogni autorità e autonomia nei confronti dei due famelici confinanti. Il paese non possedeva più alcuna risorsa e un aiuto poteva venire solo dall’esterno. In quegli anni, la Francia era alla ricerca di basi per bilanciare la preponderante presenza inglese in Cina e nei mari d’Oriente. Ang Duong pensò che l’amicizia di un potenza come la Francia, geograficamente lontana e quindi potenzialmente immune da brame annessionistiche, potesse servire a tenere a freno le mire di Siam e Vietnam. Nel 1853 mandò un messaggio a Napoleone III accompagnato dai rituali doni di un tributario e cioè: quattro zanne di elefante, due corni di rinoceronte, 300 chili di gommagutta più altrettanti di zucchero bianco e di pepe. Non ci fu alcuna risposta.

Il “protettorato” francese (1863 – 1953)
Il re morì nel 1860 e successore fu il figlio Norodom che si insediò con l’aiuto dell’esercito siamese che aveva stroncato le pretese dei suoi fratelli Sivotha e Sirivong. In quello stesso anno i Francesi avevano impiantato la loro colonia in Cocincina e a Norodom decise di riesumare il progetto del padre. Le trattative con il capitano di vascello Doudart de Lagrée non furono lunghe e l’11 agosto 1863 fu firmato il trattato di protettorato della Francia sulla Cambogia. L’interesse reale della Francia era quello di controllare il basso corso del Mekong per poi risalire il fiume estendendosi in Laos e di qui penetrare nello Yunnan per scendere nelle pianure centrali della Cina aggirando così il blocco inglese sui mari. Una missione di esplorazione, guidata da Francis Garnier, risalì nel 1866 il Mekong per verificarne la navigabilità e si concluse dopo due lunghi anni di peripezie con la constatazione che il Mekong non era navigabile dal delta fino al confine cinese, se non a tratti. La presunta utilità del protettorato sulla Cambogia veniva così a perdere la sua principale ragione d’essere e non bastavano a compensarla le possibilità di sfruttamento del legname delle risorse forestali. Anche se ridotte, le spese di mantenimento dell’apparato burocratico del protettorato gravavano comunque sul bilancio del regime coloniale e a esse si aggiungevano gli oneri delle truppe impiegate per reprimere le rivolte che erano scoppiate quasi in tutto il paese. I Francesi si appropriarono perciò del monopolio sulla vendita di alcool e oppio poi, nel 1884, costrinsero Norodom a firmare un nuovo trattato con il quale, in cambio di un ricco vitalizio, cedeva al regime coloniale francese ogni competenza amministratativa, giudiziaria, commerciale e fiscale. La Francia consolidò il controllo sulla Cambogia preparando la successiva mossa dell’occupazione del Laos. Norodom era comunque un monarca imprevedibile e i Francesi avevano iniziato già nel 1897 a preparare la successione al trono del più malleabile fratello Sisowath, assai francofilo. Il vecchio re morì nel 1904 e Sisowath, appena incoronato, mostrò subito di voler rompere con le vecchie consuetudini e per prima cosa si recò all’Esposizione Coloniale di Marsiglia e concordò con il governo e con gli urbanisti francesi i piani per una totale rifondazione di Phnom Penh e la ricostruzione in mattone e cemento delle vecchie parti in legno del Palazzo reale. Nel 1907 il Protettorato diede ai Cambogiani la gioia di vedere finalmente restituite dal Siam le tre province occidentali di Sisophon, Battambang e Siem Reap con i templi di Angkor. Questi “successi” rinforzavano nella monarchia la convinzione dell’utilità della presenza francese e d’altra parte non esisteva alcuna forma di opposizione al dominio coloniale. La quasi totalità della popolazione cambogiana era composta di contadini legati alla loro minuscola proprietà e soffocati dai debiti contratti con gli usurai. Non esistevano vere città e la stessa capitale Phnom Penh alla fine del XIX secolo non contava più di 50.000 abitanti. Non c’erano né fabbriche né grandi proprietà con un numero consistente di salariati. Escludendo le famiglie cinesi riunite in confraternite, non si era formata una borghesia degli affari. Solo nel 1935 venne inaugurato il primo liceo in Cambogia e fino ad allora i soli “intellettuali” erano i monaci. In questa situazione non poteva nascere alcuna opposizione organizzata alla presenza francese. Questo stato di cose non venne turbato dalla morte di Sisowath nel 1927 e dalla ascesa al trono del figlio Monivong e neppure la grande crisi economica degli anni ’30 ebbe grosse ripercussioni in Cambogia. Gli unici fermenti nacquero intorno all’Istituto buddhista che divenne il cenacolo letterario intorno al quale si riunirono gli studenti cambogiani a fianco dei monaci buddhisti che erano i soli ad avere l’autorità morale e il prestigio presso il popolo per mettere in discussione sia la corte reale, sia gli stessi dominatori francesi. Animatore della cerchia fu il dotto buddhista Son Ngoc Thanh che nel 1936 fondò il primo giornale del paese in lingua khmer. Quando nel 1941 i Giapponesi entrarono in Cambogia infliggendo una umiliazione ai Francesi e proclamando il loro desiderio di coinvolgere tutti i popoli asiatici in una “Sfera di Co-prosperità” non furono pochi quelli che aderirono al nuovo credo vedendo anche che la monarchia cambogiana non aveva più alcun prestigio. In quell’anno era morto il re Monivong e con un atto di imperio il Governatore generale Decoux aveva deciso la successione con il diciannovenne principe Sihanouk che ai suoi occhi aveva il merito di essere un allievo del liceo francese di Saigon. Il malcontento crebbe e la polizia coloniale chiuse il giornale Nagaravatta e Son Ngoc Thanh si rifugiò a Tokio da dove tornò nel 1945 quando i Giapponesi dissolsero il regime coloniale, imprigionando tutti i Francesi, e Thanh costituì un governo nazionale. In questa occasione Sihanouk diede prova per la prima volta della sua capacità di adattarsi ad ogni situazione. Nel discorso per il Nuovo Anno, il giorno 15 aprile, dichiarò : “questo è l’anno in cui l’Impero del Sol levante, liberatore dei popoli d’ Asia, fa alla Nazione khmer questo dono inestimabile: l’Indipendenza”. Sei mesi più tardi, il 10 ottobre, ricevendo i comandanti delle truppe inglesi e francesi entrate in Phnom Penh li salutò come liberatori della Cambogia.
Il dopoguerra vide il tentativo francese di attenuare le spinte indipendentiste con la concessione del diritto di costituire partiti politici per partecipare alle elezioni di una Assemblea consultiva. Il Partito democratico che riuniva tutti i nazionalisti e che era guidato dal principe Youthevong alle elezioni del 1946 ottenne la maggioranza assoluta. Nulla cambiò però nel regime coloniale e nell’appoggio che la monarchia continuava a portargli. Un motivo di preoccupazione più concreto veniva invece dalla guerriglia antimonarchica e antifrancese condotta a Ovest dai nazionalisti Issarak e a Est dai comunisti guidati da Son Ngoc Minh e appoggiati dal Viet Minh di Ho Chi Minh. L’esercito francese era sempre più impegnato nella guerra in Vietnam e la Cambogia era solo una retrovia dove stazionavano poche truppe coloniali e gli scarsi effettivi della gendarmeria. Temendo di venir scavalcato dalle forze della guerriglia Sihanouk prese l’iniziativa di un’audace manovra politica e diplomatica, tentò un vero e proprio bluff minacciando i Francesi di scatenare la guerra di liberazione anche in Cambogia. La mossa ebbe effetto e il governo francese accettò di restituire alla corona cambogiana l’autorità sulle forze armate e le competenze in politica estera e in materia giudiziaria. In tal modo Sihanouk riuscì a proclamarsi “padre” della Indipendenza che venne proclamata il 9 novembre 1953, alcuni mesi prima che la Conferenza di Ginevra sancisse la fine della guerra di Indocina.

Dall’indipendenza alla guerra (1953 – 1975)
La conquista dell’indipendenza praticamente senza spargimenti di sangue rafforzò il prestigio di Sihanouk e le campagne, che rappresentavano il 95 % della popolazione cambogiana, videro in questa impresa del sovrano l’atto di un padre della patria che liberava i suoi figli dalle esazioni del regime coloniale. Il consenso non era altrettanto unanime a Phnom Penh dove molti democratici consideravano vinta la battagli nazionalista ma ancora aperta quella repubblicana. Un pericolo, per il momento ancora di lieve entità ma pronto a esplodere, erano i comunisti, pochi di numero ma forti dell’appoggio che veniva loro dal Nord Viet Nam. Nel 1955 erano previste le elezioni per la nuova Assemblea nazionale e Sihanouk temeva un successo anche solo parziale dell’opposizione per cui fondò un suo partito, il Sangkum Reastr Niyum cioé “Comunità Socialista Popolare”. Per guidare il partito, abdicò a favore del vecchio padre Suramarit ma conservò la carica di Capo dello Stato. Alle elezioni il Sangkum ottenne la totalità dei seggi. Per aggiungere carisma internazionale alla sua vittoria, partecipò alla Conferenza di Bandung e al fianco di Nerhu, Nasser, Tito, Sukharno costituì il Movimento dei non-allineati e strinse una forte amicizia con il cinese Zhou Enlai. Sihanouk governò in autocrate eliminando con la repressione o con la corruzione ogni possibile forma di opposizione. Al censimento del 1962 la popolazione risultava cresciuta fino a 5.700.000 persone e Phnom Penh era diventata una vera capitale con più di 390.000 abitanti. L’opposizione comunista era quasi inesistente e nel 1963 il partito elesse come segretario generale Saloth Sar che divenne poi noto con il nome di Pol Pot. La sua prima decisione fu quella di entrare con tutto il gruppo dirigente nella clandestinità, prima nella provincia di Kompong Cham poi sui monti di Ratanakiri dove restarono fino al 1970 in un totale isolamento, ridotti a poche centinaia di uomini male armati o disarmati, elaborando strategie di lotta per la conquista del potere.

La guerra in Vietnam aveva ormai incendiato tutta la penisola e Sihanouk iniziò il suo gioco di precario equilibrismo tra le forze in lotta. Con il pretesto che non avrebbe potuto opporre alcuna resistenza alla forza militare vietnamita aveva concesso ai Viet Cong e all’esercito nord-vietnamita di occupare le province orientali dove sboccava la “Pista di Ho Chi Minh” così come il porto di Sihanoukville e la strada e la ferrovia che lo collegavano al cosiddetto “becco di anatra”, la provincia cambogiana che era la retrovia e il santuario dei Viet Cong. In cambio, Sihanouk otteneva il pagamento di una tassa pari al 10 % del valore di tutte le merci transitate. Nel 1969, all’insaputa del Congresso degli Stati Uniti ma con il consenso di Sihanouk che aveva contrattato il pagamento di un compenso per i danni arrecati, iniziarono i bombardamenti “segreti” della aviazione americana che mirava a distruggere le retrovie logistiche dei Vietcong nelle province orientali della Cambogia. I bombardamenti non ebbero gli effetti sperati e si imponeva quindi come unica soluzione l’intervento di truppe di terra ma la Cambogia era un paese neutrale ed il Congresso degli Stati Uniti aveva proibito l’allargamento dei fronti di guerra. Il paese era di fatto in guerra, anche se era una guerra in cui non era ufficialmente coinvolto. Il pericolo per Sihanouk veniva dagli ambienti della media e alta borghesia che vedevano i loro interessi economici in pericolo e da settori dell’esercito che auspicavano una alleanza con gli Stati Uniti nella lotta anticomunista e contro l’atavico nemico vietnamita. Sihanouk scelse di partire per delle cure termali in Francia cui fece seguire un viaggio di consultazioni a Mosca e a Pechino. In sua assenza il Primo ministro Lon Nol e il principe Sirik Matak convocarono una seduta straordinaria dell’Assemblea nazionale che dichiarò Sihanouk decaduto dalle funzioni di Capo dello Stato. Venne poi abrogata la monarchia e instaurata la repubblica e infine Sihanouk fu condannato a morte per tradimento. Lon Nol stipulò una alleanza con Stati Uniti e Sud Vietnam le cui truppe poterono entrare in Cambogia per tentare di distruggere le retrovie dei Vietcong ma l’operazione fu un fallimento. A Pechino, Sihanouk costituì il GRUNK, Governo Reale di Unità Nazionale di Kampuchea, che era una coalizione fra i monarchici ed i comunisti di Pol Pot, e lanciò un appello al popolo cambogiano perché prendesse le armi e si unisse nella lotta contro i traditori di Phnom Penh. Sihanouk diventò così “l’ufficiale reclutatore” di un vasto movimento di lotta che lui stesso battezzò il maquis ma al suo interno, come all’interno del Governo, gli uomini di Pol Pot occupavano le posizioni chiave e in tal modo arrivarono presto a egemonizzarlo creando una struttura che chiamarono Angkar, cioè la “Organizzazione”. Malgrado il sostegno dell’aviazione americana che in quegli anni scaricò 539.000 tonnellate di bombe, vale dire 3.000 chili di esplosivo per ogni chilometro quadrato di terra di Cambogia, l’esercito di Lon Nol perse rapidamente il controllo del paese. L’appello di Sihanouk aveva assicurato al maquis l’appoggio di tutto il mondo contadino che lo considerava “l’esercito del re Sihanouk”. L’esercito repubblicano era assediato nella capitale e nei maggiori centri abitati. A centinaia di migliaia, i contadini fuggirono dai villaggi cercando scampo dalle bombe nelle città. La sola Phnom Penh fu invasa da circa due milioni di profughi mentre intorno si stringeva il cerchio e nel 1974 la città si trovò ormai accerchiata: i rifornimenti giungevano solo per via aerea o su convogli armati che risalivano il Mekong dal Sud Viet Nam. Iniziarono i bombardamenti della capitale. I Khmer rossi avevano ormai preso il controllo del movimento armato ed avevano occupato Udong e massacrato i soldati, i funzionari e gli insegnanti e deportato nelle campagne l’intera popolazione di 20.000 abitanti. La guerra era alla fine: si strinse il cerchio intorno a Phnom Penh, fu bloccato il Mekong, la pista dell’aeroporto di Pochentong finì sotto il tiro dell’artiglieria, Lon Nol si dimise e si rifugiò negli Stati Uniti, vani tentativi furono fatti di proporre una pace negoziata. L’ambasciatore degli Stati Uniti, J.G. Dean, e gli ultimi diplomatici abbandonarono in elicottero la sede dell’Ambasciata il 12 aprile 1975. Il sentimento della popolazione non era però di paura e tutti pensavano solamente al fatto che la guerra era finalmente finita. Quei guerriglieri che indossavano il vestito nero dei contadini erano dei fratelli cambogiani, erano “i soldati di Sua Maestà il Re” e la gente era certa che da loro non potesse venire alcun male: si poteva lavorare insieme per ricostruire il paese. Questa era l’illusione della gente di Phnom Penh all’alba del 17 aprile 1975.

Quei 3 anni, 8 mesi e 20 giorni dal 17 aprile 1975 al 7 gennaio 1979
Il 17 aprile 1975 i Khmer rossi entrano in Phnom Penh. Sihanouk giunge in volo da Pechino e viene nominato Capo dello Stato di Kampuchea Democratica. Lo Stato però, in realtà non esiste, è la Angkar che presiede a tutte le attività del paese. I suoi dirigenti sono noti come: Amico Numero 1 (Pol Pot), Numero 2, Numero 3, etc fino al numero 8: sono i membri dell’Ufficio politico del PCK, il Partito Comunista di Kampuchea, il vertice dello Stato. Viene presentato il programma di Kampuchea Democratica in 8 punti: 1) evacuazione nelle campagne della popolazione di tutte le città, che si stima fosse di circa 3 milioni di persone ; 2) chiusura di tutti i mercati; 3) abolizione del denaro; 4) secolarizzazione dei bonzi; 5) eliminazione dei quadri del passato regime; 6) instaurazione di comuni agricole in tutto il paese; 7) immediata espulsione di tutti i Vietnamiti; 8) schieramento delle truppe sulla frontiera. Il programma viene messo in atto immediatamente con la fucilazione di tutti gli esponenti governativi e tutti i graduati dell’esercito mentre la popolazione di Phnom Penh è costretta con la forza a lasciare la città. Dopo pochi mesi giungono alla frontiera thailandese i primi fuggitivi che denunciano le atrocità commesse.
Iniziano violenti combattimenti nella zona di frontiera con il Vietnam: i Khmer rossi sostengono che intendono riprendere le zone occupate nel passato dai Vietnamiti con l’appoggio di Francesi prima e Americani poi.
Nel 1976 Pol Pot firma di un accordo di assistenza militare con la Cina e Sihanouk si dimette dalla carica di Capo dello Stato ritirandosi nel Palazzo Khemarin. Il nuovo Capo dello Stato è Khieu Samphan mentre Pol Pot è Primo ministro. Procede la strategia americana del “tripolarismo” e si inasprisce il confronto politico-ideologico tra Cina e URSS. Pol Pot inizia le purghe all’interno del partito comunista e dell’esercito cambogiano contro tutti i sospetti “agenti del KGB”. Alla frontiera proseguono gli scontri tra esercito cambogiano e vietnamita.
Sono ormai documentati i massacri compiuti dai Khmer rossi ma numerosi Stati stabiliscono rapporti diplomatici con Kampuchea Democratica e dopo Cina, Nord Corea, Birmania, Perù, Malaysia, Filippine, Singapore e il Cile di Pinochet si aggiunge anche l’Italia.
Mentre continuano le purghe interne nel 1977 viene emanata la direttiva delle tre estirpazioni: devono essere eliminati i Vietnamiti residenti in Cambogia, gli Khmer che parlano vietnamita e quelli che hanno relazioni di famiglia, di amicizia o di lavoro con Vietnamiti. Primo di una lunga serie, il ministro della Informazione Hu Nim viene arrestato e giustiziato. Alcuni tentativi di colpo di Stato da parte dell’opposizione interna scatenano la repressione e a giugno Hun Sen, un giovane comandante militare della zona Est, fugge in Vietnam. Centinaia e centinaia di migliaia di persone muoiono di fame, di spossamento, di malattie e di maltrattamenti nelle comuni agricole. Nel 1978 Pol Pot scatena la repressione delle forze dissidenti della regione Est: vengono uccise circa 100.000 persone accusate di avere un cuore vietnamita in un corpo cambogiano. I pochi dirigenti sopravvissuti con alcune unità dell’esercito passano la frontiera, si consegnano ai Vietnamiti e arruolano truppe fra gli oltre 400.000 Cambogiani che già si erano rifugiati in Vietnam. Viene così costituito il FUNSK, il Fronte Unito Nazionale per la Salvezza della Kampuchea. Il 21 aprile 1978 il Presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter, condanna il governo di Phnom Penh come “l’attuale peggior nemico dei diritti dell’uomo”. Sono raccolte molteplici testimonianze sul genocidio in atto in Cambogia, ma Svizzera, Indonesia e Giappone ristabiliscono relazioni diplomatiche con il governo di Phnom Penh. Sihanouk compie con Khieu Samphan una visita delle province meridionali per “incontrare il suo popolo”.
Nella notte del giorno di Natale le truppe del FUNSK e l’esercito vietnamita entrano in Cambogia.

La guerra civile (1979 – 1998)
Il 7 gennaio 1979 gli uomini del FUNSK e le truppe vietnamite entrano in Phnom Penh. Dalla Cina è giunto un aereo che porta Sihanouk a Pechino. Pol Pot si rifugia ai confini con la Thailandia. L’ex-Primo ministro Son Sann che aveva appoggiato il golpe di Lon Nol del 1970 costituisce in Thailandia il Fronte nazionale di liberazione del popolo khmer. A Phnom Penh, Heng Samrin, uno dei comandanti militari rifugiatisi in Vietnam, viene nominato alla testa della Repubblica Popolare di Kampuchea, la RPK. Nel cortile del carcere S.21, a Tuol Sleng, viene celebrato il processo in contumacia contro i capi Khmer rossi: sono condannati a morte per genocidio Pol Pot e Ieng Sary che saranno successivamente graziati. Il 21 settembre l’Assemblea generale dell’ONU stabilisce che solo il governo di Kampuchea Democratica rappresenta legalmente la Cambogia e il 14 novembre la stessa Assemblea generale condanna la “aggressione” vietnamita e decreta un embargo anche per gli aiuti umanitari alla Cambogia. Per 11 anni, fino al 1990, il governo di Pol Pot conserva il seggio all’ONU, come legittimo rappresentante del popolo cambogiano.
Pol Pot, Son Sann e Sihanouk formano nel 1881 una coalizione sostenuta dai cinque paesi dell’ASEAN e guidata da Sihanouk stesso.
Il 27 febbraio 1982 la “Commissione dei diritti dell’uomo” dell’ONU condanna l’intervento del Vietnam come una violazione dei diritti dell’uomo dei Cambogiani.
A giugno, Pol Pot, Son Sann e Sihanouk costituiscono il GCKD, Governo di Coalizione della Kampuchea Democratica. A luglio dello stesso anno ha luogo un primo parziale ritiro di truppe vietnamite dalla Cambogia che si stima ammontino a 175.000 uomini
Continuano intensi combattimenti tra le forze del GCKD e quelle della RPK appoggiate da unità vietnamite e nel 1985 l’esercito vietnamita compie un altro parziale ritiro di truppe poi lancia una offensiva e conquista le basi del GCKD sul confine thailandese.
Hun Sen viene nominato Primo ministro.
Nel 1987 avviene un primo incontro in Francia, a titolo personale, tra Sihanouk e Hun Sen mentre a Phnom Penh è posto in funzione un centro di telecomunicazioni che collega nuovamente la Cambogia con il resto del mondo: le linee erano state interrotte il 17.4.1975.
Nel 1988 si ha un secondo incontro, nella regione parigina, fra Sihanouk e Hun Sen e in Indonesia avviene il primo informale incontro tra tutte le fazioni in lotta.
Nel 1989, finalmente, si realizza il ritiro totale delle truppe vietnamite dalla Cambogia. La RPK diventa Stato di Cambogia e adotta una nuova Costituzione con la quale viene abolita la pena di morte e il buddhismo viene dichiarato religione di Stato. Sono instaurate la proprietà privata e l’economia di mercato, viene cancellato ogni riferimento al “socialismo” e si dichiara la neutralità e il non-allineamento della Cambogia. Si aprono il 30 luglio, a Parigi, i lavori della Conferenza di Pace presieduti da Francia e Indonesia.
A Phnom Penh viene presentato il film “Urla del silenzio” (Killing Fields) ma a novembre l’Assemblea generale dell’ONU rinnova il suo voto di condanna del governo di Phnom Penh, mantiene l’embargo e chiede che i Khmer rossi siano parte del piano di pace.
Le trattative di pace languono mentre continuano i combattimenti fra le fazioni. Negli Stati Uniti, il giornalista P.Jennings, il deputato Atkins e l’ex-capo della CIA William Colby accusano il governo di contribuire al ritorno al potere dei Khmer rossi. Da una audizione del Senato USA si apprende che gli Stati Uniti hanno versato 24 milioni di dollari alle forze monarchiche e liberaldemocratiche mentre la Cina ha erogato 100 milioni ai Khmer rossi. Molti senatori chiedono la cessazione di questi aiuti e J.F.Kerry denuncia che “i Khmer rossi sono i primi beneficiari della politica americana”, ma, a Ginevra, gli esperti della Commissione per i diritti dell’uomo si rifiutano di esaminare una risoluzione che fa riferimento “ad atrocità a livello di genocidio commesse in particolare durante il governo dei Khmer rossi”.
Le opposte fazioni cambogiane trovano finalmente un accordo per costituire il Consiglio Nazionale Supremo che comprende rappresentanti di tutte le parti. Il seggio all’ONU viene dichiarato vacante e dopo 11 anni ha fine l’embargo contro la Cambogia
Il 1 maggio 1991 inizia il cessate il fuoco tra le fazioni in lotta. A luglio Sihanouk viene nominato presidente del CNS e all’ONU viene issata la nuova bandiera di Cambogia.Il 23 ottobre sono firmati a Parigi gli Accordi di pace. Il CNS cede tutti i suoi poteri all’Autorità Provvisoria delle Nazioni Unite in Cambogia, APRONUC o UNTAC e, dopo 12 anni, Sihanouk rientra a Phnom Penh dove viene riconosciuto come unico e legittimo capo dello Stato. Giungono in Cambogia il giapponese Akashi capo dell’UNTAC e Sergio Vieira de Melio responsabile per i rifugiati, seguiti da 2.432 esperti civili. Il generale australiano J.Sanderson è al comando di 15.100 “berretti blu e di 3.600 poliziotti che comprendono anche un contingente di Carabinieri italiani.
I Khmer rossi respingono l’ordine del “cessate il fuoco” e occupano le zone di Pailin, Anlong Veng e Preah Vihear.
Viene promulgata la legge elettorale. 4.764.430 Cambogiani sono iscritti nelle liste elettorali e a maggio 1993 si svolgono le elezioni della Assemblea costituente: la partecipazione al voto è del 89,56 %. Il FUNCIPEC, il partito monarchico presieduto dal principe Ranariddh ottiene 58 seggi su 120, il PPC di Hun Sen ha 51 seggi, il PDLB di Son Sann ha 10 seggi. Si costituisce il Governo presieduto dal principe Ranariddh e da Hun Sen. Il 24 settembre viene promulgata la Costituzione. Sihanouk giura fedeltà alla Costituzione e diventa re, la moglie Monique è regina. Il 15 novembre l’UNTAC lascia la Cambogia.
Per tutto il 1994 continuano gli attacchi portati dai Khmer rossi e il 7 luglio la Assemblea nazionale li mette fuorilegge.
Nel 1996 Ieng Sary, l’Amico Numero 3, si “riallinea” con il governo: è stato graziato dalla condanna a morte promulgata nel 1979 e quindi è libero di rientrare a Phnom Penh.
Il 15 aprile 1998 Pol Pot muore per un malessere cardiaco e a dicembre si “riallineano” Nuon Chea, l’Amico Numero 2, e Khieu Samphan. Nel luglio 1998 si tengono le elezioni politiche e il CPP ottenendo il 41,4 % dei voti conquista con 64 seggi la maggioranza dell’Assemblea Nazionale. Hun Sen è nominato Primo ministro. Cessa ogni ostilità nel paese e dopo 29 anni e 4 mesi finisce la guerra in Cambogia.

 
Pace e ricostruzione
Con la morte di Sihanouk il 15 ottobre 2012 si è chiuso un capitolo della storia della Cambogia. Dopo avere occupato la scena politica del paese per 63 anni Sihanouk aveva lasciato nel 2004 e il 29 ottobre il Consiglio del Trono aveva designato come nuovo sovrano Sihamouni, figlio del re e della regina Monineath.
La stabilità politica instauratasi dopo il 1998 ha consentito al paese di iniziare il processo di ricostruzione dopo una guerra durata praticamente 29 anni. Sono state apportate delle modifiche alla Costituzione sancendo la fine dell’emergenza postbellica e si è completato il sistema bicamerale eleggendo il Senato che integra e completa le funzioni della Assemblea Nazionale. L’ingresso nell’ASEAN, nel 1999, ha aperto alla Cambogia i mercati regionali e la successiva adesione all’ Organizzazione Mondiale del Commercio offre prospettive alla esportazione del riso la cui produzione è in costante crescita. Le elezioni politiche del luglio 2013 hanno riconfermato una maggioranza del 48,4 % del CPP garantendo così un altro quinquennio di stabilità politica. La Cambogia continua a vivere un periodo di forte sviluppo iniziato nel 2005 quando il tasso di crescita annuo del PIL fu del +13%. La tendenza, pur con flessioni, si è confermata negli anni successivi: nel 2008 era ancora del + 10,1 e nel 2012, malgrado la generalizzata crisi mondiale, ha ancora toccato il + 6,5 % e tale tendenza è rimasta fino al 2017. Sono dati confortanti in termini percentuali ma che restano “poveri” in valori assoluti e non devono far pensare a miracolosi processi di sviluppo perché lo stato di complessiva arretratezza dell’economia cambogiana è ancora estremamente preoccupante soprattutto per quel che riguarda la totale dipendenza dall’estero per le fonti energetiche. Il governo ha fissato come priorità strategica lo sviluppo dell’agricoltura mantenendo la piccola proprietà, anche per prevenire le disastrose forme di inurbamento che hanno distrutto il tessuto socio-economico di molti paesi del cosiddetto Terzo Mondo. Quasi la metà dei Cambogiani, il 45 %, ha meno di 18 anni: è una popolazione giovane che sta lavorando per vincere le sue battaglie più importanti. Il tasso di scolarizzazione ha ora raggiunto l’89 % e la mortalità infantile che nel 2000 era ancora del 10,5 % dei nati vivi è scesa nel 2012 al 5,4 %. Si guarda quindi in avanti e gli spettri del passato sono ormai scomparsi anche dalla memoria della gente. Dopo infiniti ritardi, polemiche e ripensamenti ha iniziato i suoi lavori il Tribunale speciale istituito per giudicare i crimini commessi sotto il regime di Kampuchea Democratica. Deuch è stato condannato a 35 anni di reclusione, di cui solo 19 ancora da scontare, ma Ta Mok era già deceduto in carcere prima dell’inizio del processo ed ora è morto anche Ieng Sary. Tutto ciò accade fra la totale indifferenza dei Cambogiani di ogni età che però si chiedono perché la cosiddetta “comunità internazionale” si sia svegliata solo oggi, 30 anni dopo che quel regime fu abbattuto e questa stessa “comunità internazionale” punì il popolo cambogiano con l’embargo e per 11 anni consentì ai leader dei Khmer Rossi di continuare a frequentare il palazzo dell’ONU e le sedi dei loro governi. L’indifferenza diventa indignazione quando si apprende che questo Tribunale ha già speso per il proprio funzionamento 256 milioni di dollari. E’ una cifra scandalosa per un paese come la Cambogia, dove le entrate complessive dello Stato sono ammontate, nell’anno 2015, a soli 2.983 milioni di dollari mentre la spesa corrente assorbe 3.208 milioni di dollari; il governo, quindi, non ha alcun margine per qualsiasi spesa di investimento per la realizzazione delle infrastrutture necessarie allo sviluppo.

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