La Rivista Indocinese | Khmer rossi
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Sihanouk, Pol Pot e gli altri protagonisti

Questa è una breve nota con un sintetico profilo di alcuni dei personaggi più importanti del periodo di Kampuchea democratica, durato 3 anni, 8 mesi e 20 giorni, con alcune considerazioni sul processo ancora in corso per i crimini commessi durante quel tempo. Chi volesse più ampia informazione su quanto accadde prima, durante e dopo il “periodo dei Khmer rossi” può consultare il sito http://www.claudiobussolino.com/it/client/site/m6095-khmer-rossi.htm

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Norodom Sihanouk

8-1-1-sihanouk-e-kieu-samphanNasce a Phnom Penh il 31 ottobre 1922, figlio di Suramarit e della Regina madre Kossamak morta nel 1975. Compie i suoi studi a Phnom Penh, poi a Saigon e infine in Francia alla Scuola di Cavalleria dell’Armata blindata. Ha avuto sei mogli che gli hanno dato 14 figli. Nel 1955 sposa Monique Izzi, figlia della sino-vietnamita Daun Pomme e dell’italiano Francesco Izzi. Designato Re dal Consiglio della Corona, sale al trono il 28 ottobre 1941, a 19 anni non ancora compiuti. Nel 1952 lancia nel paese la “Crociata per l’ Indipendenza” che viene ottenuta il 9 novembre 1953 ed è confermata con gli Accordi di Ginevra del 1954. Abdica a favore del padre nel marzo 1955 per fondare il “Sangkum Reastr Niyum” cioè la “Comunità Socialista Popolare” di cui è Presidente. Detiene un potere assoluto, senza opposizioni interne od esterne, fino al 1970. Alternando le cariche di Capo dello Stato, Primo Ministro e Presidente del Partito. Partecipa alla fondazione del movimento dei “non-allineati” di cui firma la carta costitutiva nel 1956 con Tito, Nasser, Sukharno e Nerhu. Al culmine della crisi generata dalla guerra in Vietnam, fu destituito e poi condannato a morte a seguito del colpo di Stato parlamentare del 18 marzo 1970 del generale Lon Nol. Costituisce il governo di coalizione con i Khmer rossi e risiede a Pechino dal 1970 al 1975 come presidente del FUNK. Dopo la caduta di Phnom Penh, il 17 aprile 1975, è nominato Presidente della Repubblica di Kampuchea Democratica, a settembre rientra a Phnom Penh ed esercita le sue funzioni fino ad aprile 1976 quando di dimette ritirandosi all’interno del Palazzo reale che abbandona nel gennaio 1979, quando un aereo militare cinese non lo riporta a Pechino. Rinnova la sua alleanza con Pol Pot e diventa Presidente della coalizione che combatte contro il governo di Phnom Penh. Durante questi anni vive a Pechino, alternando dei soggiorni a Pyong Yang, fino al 14 novembre 1991 quando rientra a Phnom Penh. Diventa re costituzionale del Regno di Cambogia il 24 settembre 1993 con il nome di “Sua Maestà Preah Bath Samdech Preah Norodom Sihanouk Varaman”.

Nell’ottobre 2004 ha lasciato il trono dopo avere occupato per 63 anni il centro della scena politica cambogiana. E’ morto il 15 ottobre 2012.

  

Pol Pot

1975-1979 --- Pol Pot, Nuon Chea, Ieng Sary & Son Sen in Phnom Penh between 1975 and 1979. --- Image by © Sygma/Corbis

Saloth Sar è il vero nome di Pol Pot che nacque nel 1928 presso Kompong Thom in una agiata famiglia contadina molto legata agli ambienti della corte reale in quanto una sua cugina era entrata a fare parte del corpo di ballo reale ed era poi divenuta concubina del re Monivong. Compì gli studi a Phnom Penh, prima in una pagoda buddhista poi in un istituto cattolico. Si diplomò come perito industriale e ottenne nel 1949 una borsa di studio in Francia . A Parigi fece conoscenza di altri studenti cambogiani che poi con lui costituirono il nucleo storico del gruppo dirigente dei Khmer rossi. Si legò principalmente a Ieng Sary, Thiunn Mumm e suo fratello Prasith, Khieu Samphan, Hou Yuon e si sposò poi con Ponnary, la cui sorella Thirith era moglie di Ieng Sary di cui diviene quindi cognato. Contribuì alla stesura di un piano di “rinascita economica” della Cambogia che a Parigi fu oggetto di tesi di laurea e successivamente, in Cambogia, divenne la base del suo programma di governo. Costituisce con gli altri studenti il Circolo Marxista e aderisce al Partito Comunista Francese, allora allineato su rigide posizioni staliniste. Nel 1953 ritornò in Cambogia dove aderì al Partito Rivoluzionario del Popolo Cambogiano e passò un anno in clandestinità nelle zone controllate dal Viet Minh. Tornato a Phnom Penh collaborò al giornale Samaki sul quale iniziò a esporre le proprie tesi politiche centrate su teorie autarchiche, esaltando la purezza della razza khmer, propugnando la restaurazione di un impero khmer e chiedendo la restituzione dei territori inglobati da Sud Vietnam e Thailandia. Divenne Segretario generale del PRPC nel 1962 e l’anno dopo entrò in clandestinità. Nel 1966 fondò il nuovo Partito Comunista di Kampuchea e nel frattempo compì viaggi a Hanoi, Pechino e Pyong Yang. Guida ideologica e politica dei Khmer rossi fino alla conquista di Phnom Penh nel 1975, divenne poi l’Amico numero 1, il capo assoluto del Partito e dello Stato di Kampuchea Democratica. Il mattino del 7 gennaio 1979 fuggì da Phnom Penh e si rifugiò in territorio thailandese dove restò per più di 12 anni spostandosi in località tenute sempre segrete. La moglie Ponnary fu internata in un ospedale psichiatrico di Pechino dove morì e lui si risposò nel 1987, l’anno seguente ebbe un figlio. Tornato in clandestinità nelle zone frontaliere del Nord-Ovest della Cambogia, con il nome di “Codice 87” restava il numero 1 della gerarchia dei Khmer rossi. Venne poi contestato e messo sotto accusa dai suoi stessi uomini e fu emarginato. E’ morto il 15 aprile 1998 per gravi disturbi cardiaci. Considerato che più volte nel passato era stata annunciata la sua morte, poi smentita, il governo di Phnom Penh ha fatto sottoporre le ceneri al test DNA per confermare che appartengono a Saloth Sar e quindi evitare il rinascere di voci.

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La “famiglia” dei Khmer rossi

Quello che viene considerato lo “storico” gruppo dirigente dei Khmer rossi non arrivò mai a contare più di una ventina di membri non pochi dei quali finirono i loro giorni nel famigerato carcere S.21, giustiziati sotto l’accusa di tradimento. Morti per cause naturali Pol Pot, Ta Mok, Iang Sary e Khieu Tirith, pochi di loro sono ancora in vita e restano sulla scena due soli protagonisti dei tragici eventi che si svolsero durante i 3 anni, 8 mesi e 20 giorni dello Stato di Kampuchea Democratica.    

   

Khieu Samphan

Former Khmer Rouge leader and head of state Khieu Samphan sits in the dock during his 4th pre-trial chamber public hearing at the Extraordinary Chambers in the Courts of Cambodia on the outskirts of Phnom Penh February 27, 2009. Kieu Samphan is charged with war crimes and crimes against humanity. REUTERS/Tang Chhin Sothy/Pool (CAMBODIA)

Figlio di un giudice, è nato nel 1931 nella provincia di Svay Rieng. Si recò in Francia dove si laureò in scienze economiche all’Università di Montpellier e ottenne il dottorato all’ Università di Parigi nel 1959, poi rientrò in Cambogia. Pur non nascondendo le sue opinioni repubblicane e progressiste fu comunque eletto deputato nelle liste del Sangkum nel 1962 e Sihanouk lo nominò Segretario di Stato per il Commercio, carica da cui si dimise l’anno seguente. Fu rieletto nel 1966 ma nel 1967 entrò in clandestinità. Fu Vice-Primo Ministro e Ministro della Difesa del FUNK dal 1970 al 1976 e dal 1971 al 1975 fu il comandante in capo delle forze armate. Capo dello Stato di Kampuchea Democratica dal 1976 al 1979 divenne poi Primo ministro del governo in esilio di Kampuchea Democratica. Dal 1982 al 1991 ricoprì la carica di Vice-Presidente e di Ministro degli Affari Esteri e nel 1990 divenne membro del CNS in rappresentanza dei Khmer rossi. Nel dicembre 1998 si è “riallineato” ed è rientrato a Phnom Penh. E’ stato arrestato ed è stato condannato a 35 anni di carcere. Ha presentato appello ma la sentenza è stata confermata nel novembre 2016.

 

 

Nuon Chea

8-1-1-nuon-cheaNato nel 1927 a Battambang, compie i suoi studi a Bangkok dove aderisce al Partito Comunista Thailandese. Nel 1949 ritorna in Cambogia dove aderisce al Partito Comunista Indocinese e nel 1951 partecipa alla fondazione del Partito Rivoluzionario del Popolo Cambogiano e ne diventa il Segretario generale aggiunto nel 1962. Aderisce poi al Partito Comunista di Kampuchea e nel 1970 viene nominato capo della direzione politica dell’ esercito del FUNK. E’ il Presidente della Assemblea di Kampuchea Democratica dal 1976 al 1979, poi segue Pol Pot in tutti gli anni successivi e solo dopo la sua morte si “riallinea” insieme a Khieu Samphan nel dicembre 1998. E’ stato arrestato ed è stato condannato a 35 anni di carcere. Ha presentato appello ma la sentenza è stata confermata nel novembre 2016.

 

Il “processo” ai Khmer rossi

Quando scarseggiano le notizie, sulla stampa italiana compaiono articoli, di seconda o terza mano, sul processo ai Khmer rossi che ormai da più di dieci anni, dal luglio del 2006. si sta svolgendo a Phnom Penh ma pochi sanno cosa realmente ci sia dietro. E’ una storia lunga e poco dignitosa. Sono stati portati alla sbarra un pugno di ottantenni ma di chi furono i loro complici e, talora, istigatori, nessuno fa menzione. Forse perché verrebbero alla luce delle verità piuttosto imbarazzanti. La verità non è però ignota e molte delle cose taciute sono state raccontate, già nel 2000, dal giornalista indipendente John Pilger http://johnpilger.com/  e nel 2006, “Le monde diplomatique” pubblicò un lungo articolo di Raoul-Marc Jennar, https://mondediplo.com/2006/10/11cambodia , dove si narrano tutti i retroscena di quella che l’autore chiama una “giustizia tardiva e selettiva”. La verità non è quindi lontana da noi, basta andare a cercarla, anche se risale ad anni ormai lontani. Forse molti ignorano che dal 1979 al 1991, grazie al voto di Stati Uniti e Cina, e dei paesi loro alleati, l’ambasciatore dei Khmer rossi, Thiounn Prasith continuò a rappresentare la Cambogia all’ONU e la Commissione dei Diritti Umani dell’Onu si rifiutò di prendere in esame qualsiasi documento facente riferimento ai crimini commessi in Cambogia durante quei tre anni, otto mesi e venti giorni. Al momento della stesura degli Accordi di pace di Parigi, nel 1991, la strage per fame, spossamento e malattia di parte della popolazione civile e la sistematica eliminazione di centinaia di migliaia di oppositori politici, furono cinicamente definite “le politiche e le pratiche del passato”, assolvendo così da ogni colpa i Khmer rossi e il loro alleato Sihanouk, che per anni erano stati il baluardo contro la ”penetrazione sovietica nel Sud-Est asiatico”. Il verdetto del tribunale cambogiano che, nell’agosto 1979, aveva condannato a morte Pol Pot e Ieng Sary, fu annullato, perché – si disse – il processo si era svolto “sotto l’influenza vietnamita”. Tutti i dirigenti Khmer rossi poterono rientrare in Cambogia, liberi da ogni imputazione. Nel giugno 1997, quando Pol Pot era ancora vivente, il governo cambogiano chiese l’aiuto dell’ONU per istruire un nuovo processo che finalmente potesse “stabilire la verità” e “giudicare i responsabili”. La Cambogia chiedeva un tribunale nazionale perché fossero le istituzioni del popolo cambogiano a giudicare i crimini commessi contro il popolo stesso. L’ONU ha preteso, invece, un tribunale internazionale perché fossero rispettati i criteri giuridici internazionali con le garanzie sull’arresto dei sospetti e la presenza di magistrati stranieri in tutte le fasi della procedura giudiziaria. Sono stati necessari sette anni di trattative prima della formale istituzione del tribunale e solo nel 2006 sono stati stanziati i 56 milioni di dollari necessari all’inizio dei lavori. Si sono insediati, con un grande seguito di esperti e consiglieri, diciassette magistrati cambogiani e otto stranieri che devono operare congiuntamente e in ogni fase dell’istruttoria deve essere richiesto il parere del magistrato internazionale. In nove anni di attività del tribunale sono stati inquisiti sei ex-dirigenti dei Khmer rossi. Due, Ieng Sary e Ta Mok, sono morti prima del processo; una, Khieu Thirith, dopo essere stata giudicata incapace di intendere e volere, è morta il 22 agosto 2015; due, Khieu Samphan e Nuon Chea, sono stati condannati a 35 anni di carcere ma hanno fatto ricorso in appello; uno, Deuch, è stato condannato e dovrebbe scontare una ventina di anni di carcere. Nove anni di “lavoro” e venticinque magistrati per sei imputati, di cui solo tre portati in giudizio: un risultato aberrante per questo tribunale che ha preteso anche la costruzione di una propria nuova sede ad hoc e che, nel 2015, è già costato oltre duecento sessanta milioni di dollari. Ormai non resta più in vita  nessuno dei dirigenti Khmer rossi ma il tribunale procede nella sua caccia a qualche altro possibile colpevole, che possa giustificare il mantenimento in vita di questo organismo che grassamente retribuisce tanti inutili professionisti della “giustizia internazionale”. E’ stato un colossale fallimento e nessuna verità è venuta a galla, anche perché gli Stati Uniti posero la condizione che il tribunale fosse competente solo per i crimini commessi tra il 17 aprile 1975 e il 6 gennaio 1979. Nulla doveva trapelare su quanto accadde dal marzo 1969, quando l’aviazione americana iniziò a bombardare la Cambogia. Nulla si doveva dire sulle responsabilità degli stati che dopo il 7 gennaio 1979 continuarono a sostenere e finanziare la coalizione di Sihanouk e dei Khmer rossi. La lista dei responsabili è lunga e chi legge qualche libro di storia la conosce bene. Oltre a Cina, Stati Uniti, Thailandia e Singapore, ci sono anche i paesi europei, come racconta John Pilger, documentando bene le sue affermazioni. «Fino al 1989 il ruolo della Gran Bretagna in Cambogia rimase segreto. Le prime notizie apparvero sul Sunday Telegraph, scritte da Simon O’Dwyer-Russell, corrispondente in diplomazia e difesa con stretti contatti professionali e familiari con le SAS. Rivelò che le SAS si occupavano dell’addestramento delle forze guidate da Pol Pot. Poco dopo, Jane Defence Weekly riferì che l’addestramento inglese dei membri “non-comunisti” della “coalizione”, andava avanti “nelle basi segrete in Thailandia da più di quattro anni“. Gli istruttori erano delle SAS, “tutto il personale in servizio militare, tutti veterani del conflitto delle Falkland guidati da un capitano“. L’addestramento dei cambogiani divenne un’operazione esclusivamente britannica dopo lo scandalo armi-per-ostaggi “Irangate” scoppiato a Washington nel 1986. Fu uno dei classici accordi Thatcher-Reagan. Inoltre, Margaret Thatcher si era lasciata sfuggire, per la costernazione del ministero degli Esteri, che “i più ragionevoli tra i Khmer Rossi dovranno avere la loro parte in un futuro governo“.

Nel 1991 ho intervistato un membro dello Squadrone “R” (riserva) delle SAS, che aveva operato sul confine. “Abbiamo addestrato i KR su molto materiale tecnico, molto sulle mine“, ha detto. “Abbiamo usato le mine che provenivano dalla Royal Ordnance in Gran Bretagna, che abbiamo avuto attraverso l’Egitto cambiandone i codici d’identificazione… li abbiamo anche addestrati  psicologicamente. In un primo momento volevano solo andare nei villaggi e fare a pezzi la gente.  Gli abbiamo detto come farlo facilmente…” La risposta del Foreign Office fu menzognera. “La Gran Bretagna non fornisce aiuto militare di qualsiasi forma alle fazioni cambogiane“, aveva dichiarato in una risposta parlamentare. L’allora primo ministro, Thatcher, scrisse a Neil Kinnock: “Confermo che non c’è un coinvolgimento di qualsivoglia natura del governo britannico, nell’addestramento o cooperazione con le forze dei Khmer Rossi o dei loro alleati.” Il 25 giugno 1991, dopo due anni di smentite, il governo finalmente ammise che le SAS avevano segretamente addestrato la “resistenza” fin dal 1983. Un rapporto di Asia Watch dettagliava che le SAS avevano insegnato “l’uso di ordigni esplosivi improvvisati, trappole esplosive, la fabbricazione e l’uso di ordigni a tempo“.»

Queste mine continuano ancora a uccidere e nessun colpevole è stato portato in giudizio.

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