La Rivista Indocinese | CARA VECCHIA INDOCINA
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Cara vecchia Indocina

Indocina è una parola dal suono, come si usa dire, “mitico” e nella mente di tutti evoca una regione del mondo, uno spazio in cui la cultura indiana si è fusa con quella cinese. In realtà non si può parlare di una “cultura indo-cinese” omogenea e unitaria perché l’influenza cinese si è arrestata là dove era arrivata quella indiana e viceversa. Scarsa è stata in venti secoli di storia la permeabilità fra questi mondi culturali.

Sono state le vicende della conquista coloniale francese che hanno dato una unità nominale a paesi che presentavano, e tuttora mantengono, profonde differenze etniche, linguistiche, religiose, culturali e artistiche. Fu solo alla fine del secolo XIX che la Francia volendo dare un nome al proprio dominio coloniale cominciò a parlare di Indochine e creò la “Union indo-chinoise”, che fu costituita nel 1887 e comprendeva Vietnam, Cambogia e Laos. Si trattò di una scelta politica volta a ribadire la unitarietà del dominio coloniale francese. In tempi più recenti, le vicende della guerra in Vietnam, che riempirono giornali e schermi televisivi, inglobarono anche le “retrovie” dei teatri di guerra e così, nel parlare corrente, anche la Thailandia fu ricompresa nelle terre di Indocina.

Anche se non esiste quindi una cultura indocinese omogenea esiste però una dimensione geografica che accomuna Thailandia, Laos, Vietnam e Cambogia: quella che i geografi chiamano lo “spazio indocinese” o penisola indocinese. E’ una grande regione posta tra India e Cina, percorsa da tre catene montuose che nascono dal massiccio himalayano: a Ovest la catena dell’Arakan Yoma fa da confine con il mondo indiano; al centro la catena del Tenasserim scende fino alla penisola malese; ad Est la catena annamitica fa da dorsale di Laos, Vietnam e Cambogia. Tra le catene montuose si stendono le pianure solcate da cinque grandi fiumi: l’Ayeyarwady, il Salween o Thanlwin, il Chao Praya, il Mekong e il Fiume Rosso o Song Hong.

 Quasi cinque secoli or sono i primi viaggiatori venuti dall’Occidente cominciarono a percorrere queste terre. Erano mercanti, guerrieri, missionari e avventurieri che scoprirono in queste lontane contrade dei costumi e delle abitudini di vita a loro sconosciute e si arrestarono stupefatti davanti alle meraviglie di antiche civiltà di cui non avevano mai sentito parlare. Scrissero memoriali e resoconti di viaggio in cui hanno tramandato la memoria di quanto apparve davanti ai loro occhi. E’ suggestivo scorrere quelle pagine e leggervi la meraviglia suscitata dai grandi templi sommersi dalla vegetazione tropicale, dagli immensi fiumi dalle acque cariche di limo, dai vocianti mercati saturi dal profumo delle spezie, da innumerevoli gong risuonanti nelle policrome pagode, dai volti di rudi montanari dai costumi sgargianti, da silenziosi monaci avvolti in tuniche color ocra, da ricchi monili in argento e splendenti pietre preziose, da stupende dame drappeggiate nella seta, da altari coperti di idoli dalle fattezze arcane, da infinite distese di verdi risaie, da immense bianche spiagge silicee ombreggiate dalle palme, da surreali picchi rocciosi coperti di vegetazione.

Questa era la terra di Indocina che apparve agli occhi attoniti di quei primi viaggiatori. Questa è la stessa Indocina che appare agli occhi del viaggiatore del nostro tempo.

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