La Rivista Indocinese | Gli insegnamenti del Buddha
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Gli insegnamenti di Buddha

E’ sbagliato pensare che il Buddha abbia voluto rivelare un nuovo credo religioso diverso e antagonistico rispetto alla fede dei suoi contemporanei. Di lui si potrebbe dire, in modo quasi paradossale, che fu il Martin Lutero dell’induismo.

Era figlio della società  e della cultura indiana del VI secolo e profondamente credeva nei principi filosofici e religiosi elaborati, dieci secoli prima, dagli antichi pensatori del periodo prevedico. Mai ne mise in discussione i fondamenti, quali quello del Brahman, “l’Assoluto, causa incausata”, o l’atman, la “autocoscienza generatrice dell’esistenza”. Nel suo intimo restava certo che l’essere vivente, tutti gli esseri, sono soggetti alla legge del karma, così come insegnava la antica dottrina delle Upanishad. Volendola banalizzare, si può dire che ogni azione dell’uomo produce un frutto, una energia, il karma, che sopravvive all’uomo dopo la sua morte e lo costringe a vivere una nuova esistenza dove produce nuova energia che continua a sopravvivergli, in un ciclo continuo di esistenze che è il samsara. Questo perenne ciclo di esistenze genera il dolore.

Sicuramente fu la sua esperienza personale che gli fece raggiungere la consapevolezza che la ritualità  dei sacrifici celebrati dai brahmani non eliminava il dolore umano e neppure le più rigorose pratiche ascetiche potevano sopprimerlo. Non si può sfuggire alla legge del karma: ognuno rinasce in base al suo comportamento precedente e secondo le sue azioni rivive in una condizione peggiore o più elevata: sono le “cause l’un l’altra concatenate”. Si può sfuggirne solo prendendo coscienza delle “Quattro Nobili Verità ”:

1) l’esistenza è dolore causato da nascita, malattia e morte;

2) l’origine del dolore è la brama di esistere;

3) sopprimendo la brama, cessa il dolore;

4) per sopprimere la brama bisogna seguire il Dharma, la “Dottrina”.

La causa prima del dolore è quindi la brama, il desiderio cui si aggiunge la mancanza di autocontrollo che deriva dall’ignoranza, o per meglio dire dal rifiuto della conoscenza. Unico rimedio è il seguire il Dharma che si articola nel “Ottuplice Sentiero” il cui scopo è quello di ridare purezza al rapporto tra l’uomo e il mondo, liberandolo dai condizionamenti consci e inconsci, dalle abitudini, dai pregiudizi. Seguendo l’Ottuplice Sentiero l’uomo giunge a una presa di coscienza totale sia di se stesso che del mondo esteriore “così come é”, ma l’uomo che vive nel mondo non può conseguire tale obbiettivo.

Per prima cosa può fare in modo di non peggiorare il proprio karma e per ottenere ciò deve rispettare i cinque fondamentali precetti etici che sono: 1) non uccidere; 2) non rubare; 3) non mentire; 4) non condurre vita sessuale sregolata; 5) non assumere sostanze che turbano la mente. Se vuole però migliorare il proprio karma per rinascere poi in una condizione più elevata, deve praticare intensamente la carità  e acquisire molti meriti. Di esistenza in esistenza, l’uomo così si eleverà  fino a rinascere in una condizione che gli permetterà  di diventare un bhikkhu. Rinunciando alla vita mondana entrerà  allora nel Sangha e potrà  iniziare a percorrere l’Ottuplice Sentiero, praticare cioè:

“Retta visione”: saper contemplare la realtà  per quello che essa è senza offuscarla con opinioni personali;

“Retto pensiero”: costante controllo del proprio pensiero;

“Retta parola”: le parole devono corrispondere al pensiero enunciato;

“Retta attività ”: agire come e quando è necessario;

“Retta condotta di vita”: adeguare le necessità  della vita fisica ai fini spirituali;

“Retto sforzo”: adeguare le azioni all’importanza dello scopo;

“Retta presenza dello spirito”: essere sempre consapevoli di tutto ciò che si fa, si dice, si prova;

“Retta pratica della meditazione”: meditare senza farsi condizionare dagli stati d’animo contingenti.

Dovrà inoltre rispettare la 227 rigorose norme della Regola, ma una sola esistenza non gli basterà e dovrà  reincarnarsi altre volte, migliorando sempre, sino a che non raggiungerà  lo stato di “santità ”, cioé la condizione di arhat, e solo un arhat può sopprimere il desiderio, estinguere il dolore e quindi accedere al nirvana.

 

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