La Rivista Indocinese | Theraveda e Mahayana
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Theravada e Mahayana

Il Buddha non lasciò alcuno scritto. Poco tempo dopo il suo accesso al paranirvana la comunità  monastica indisse un concilio a cui parteciparono cinquecento bhikkhu. La memoria di Ananda fu la fonte principale cui si attinse per redigere un primo testo del Canone contenente i discorsi del Maestro e le regole monastiche. Fu scritto in pali, la lingua vernacolare parlata del Nord dell’India che il Buddha aveva usato per predicare, in contrapposizione al dotto sanscrito usato dalla casta dei brahmani. Il testo venne poi completato nel corso dei successivi concili di Veisali, nel 383, e di Pataliputta, nel 243. Assunse così la veste definitiva che è giunta fino a noi con il nome di Tripitaka, cioé le “Tre ceste”, che si suddivide in: Vinaya, che contiene le regole della vita monastica; Suttha, che comprende le prediche e racconti; Abhidharma, che si suddivide in sette trattati di metafisica.

Durante il concilio di Veisali del 383 avvenne però un fatto dalle enormi conseguenze: i settecento monaci presenti si affrontarono in una accesa disputa dottrinale. La controversia nacque fra i Theravadin cioè i “discepoli anziani” e quelli che erano chiamati Mahasanghika, i “discepoli della Grande Comunità ”.

Semplificando molto i termini delle questioni dottrinali dibattute, si può dire che i primi sostenevano che si poteva conseguire la condizione “buddhica”, cioè l’Illuminazione, solo seguendo rigorosamente le regole di vita della comunità  monastica, cioè del Sangha. Gli altri affermavano invece che la condizione “buddhica” era una qualità  innata: ogni essere umano la possedeva, e doveva soltanto prenderne coscienza, cioè svilupparla. Sulla base della controversia dottrinale fra questi due gruppi in seguito si produsse la divisione tra il Theravada, la “Dottrina degli anziani” detta anche “Piccolo Veicolo”, o Hinayana, e il “Grande Veicolo”, o Mahayana. Le divisioni si accentuarono poi investendo la natura stessa del Buddha.

Gli adepti del Theravada considerano il Buddha non una divinità  né una Entità  superiore, ma lo reputano l’Uomo “Illuminato”: Maestro e Guida spirituale che ha lasciato un insegnamento a tutta l’Umanità. La sua immagine non è oggetto di culto perché non ha senso pregare un uomo ormai morto ma essa deve rammentare a tutti il suo insegnamento. Non lo prego per ottenere delle grazie ma lo venero per ringraziarlo degli insegnamenti che ha lasciato. Il monaco non è quindi un sacerdote ma un umile maestro che continua la missione educatrice del Buddha.

La concezione degli adepti al Mahayana sosteneva invece l’esistenza di una personalità  sovra terrena, il lokottara, del Buddha, al di là del tempo e dello spazio, trascendente alla sua apparizione sulla terra. Affermavano quindi l’esistenza di un principio “buddhico”, o bodhi, primordiale, che si proietta e si incarna poi nei Buddha storici i quali scendono nel mondo per insegnare agli uomini la via della salvezza. La loro opera è proseguita e completata dai Bodhisattva che sono esseri che, giunti alla soglia della “liberazione dal samsara”, rimandano indefinitivamente il loro accesso al nirvana fino a quando tutta la Umanità  del loro evo cosmico non è stata totalmente illuminata dal Dharma, la “Legge” o “Dottrina”.

Questa concezione dottrinale apriva al buddhismo immense possibilità di assimilazione di concezioni e forme proprie anche a altre forme di religiosità  e fece quindi del Mahayana il buddhismo missionario che si diffuse verso il Nord penetrando in Tibet, dove assunse la forma del tantrismo e del lamaismo, poi in Cina e Vietnam e fino in Corea e in Giappone dove diede vita alla dottrina zen. Proprio indossando questa veste missionaria il buddhismo giunse nel Viet Nam intorno al III secolo d.C. e la prima notizia certa che se ne ha è relativa ad un bonzo di origine indiana chiamato Chi-cuong-luong che nel 226 completò la traduzione in vietnamita di un testo del Tripitaka. La nuova fede si diffuse rapidamente tra la gente del popolo grazie alla sua dottrina pervasa di carità e di rinuncia che sicuramente seppe sedurre gli animi di quei contadini oppressi da padroni locali e da signori stranieri che praticavano i rigorosi ed esclusivi riti confuciani. Il paese era inoltre posto al punto di snodo dei traffici marittimi tra Est ed Ovest e divenne quindi il naturale scalo nel tragitto percorso dai bonzi indiani verso la Cina e dai pellegrini cinesi che scendevano verso i luoghi sacri dell’India. Le pagode buddhiste, sorte in tutta la valle del Fiume Rosso, divennero sempre più il punto di raccolta delle disperse comunità rurali e la prima sede di trasmissione di un elementare insegnamento religioso che a lungo venne influenzato dalla dottrina indiana fino a che, nella seconda metà del VI secolo, non penetrò la scuola cinese del chan, o dhyana, che nel Giao-chi prese il nome di thien.

Il Theravada ebbe invece il suo luogo di ortodossia e irradiamento in Sri Lanka e divenne la dottrina canonica dei Paesi del Sud-Est: Myanmar, Thailandia, Laos e Cambogia. Il Tripitaka è rimasto come fondamento dottrinale del Theravada, anche se nei secoli si sono moltiplicate i testi di commento e speculazione metafisica. Meno concettuali, ma molto più diffusi anche fra gli umili monaci e il popolo dei fedeli, sono gli Avadana, una raccolta un po’ ingenua di avvenimenti miracolosi e di vicende edificanti, e gli Jataka, i “Nascimenti”. Sono 547 racconti, leggende e parabole illustranti momenti ed episodi delle precedenti esistenze del Buddha storico, da ognuno dei quali viene tratta una morale, un motivo di riflessione e un insegnamento. Gli Jataka hanno dato spunto a innumerevoli opere plastiche e sono regolarmente raffigurati nei dipinti che adornano i muri di tutti i luoghi di culto: quasi come un grandioso “catechismo” spiegato con le immagini.

 

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